Chiara De Luca
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
Ebbi modo di occuparmi della poesia di Chiara De Luca in occasione di un breve articolo che venne poi pubblicato sul sito della rivista Tellus (http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D66&cmd=v&id=941) e dove la peculiarità degli scritti – che coprivano un arco di svariati mesi – era la disarmante sincerità tramite la quale situazioni minime aprivano piani d’osservazione e immersione in micro-universi di esatta campitura. A distanza di mesi, ricevo i frammenti di questo poemetto qui proposti in lettura , che non ha titolo e che si discosta dalla poetica precedente, pur mantenendo fermi più punti di riconoscibilità della poesia di Chiara. Prima – fra tutte le possibili innovazioni percepibili – è la composizione di un poemetto dove in precedenza erano poesie tendenti al poemetto ma restanti sempre un passo indietro, con pudore. La seconda innovazione/differenza è l’aver qui “accorciato” – in molti casi – la lunghezza dei testi che si fanno densi, flash di concisa coscienza. La terza percepibile differenza è la dimensione del dialogo che qui prende avvio sin dal primo testo: il poemetto è infatti improntato con una duplice voce o meglio ancora triplice: il primo piano è l’io scrivente, la seconda la voce/presenza del personaggio cui il dettato si rivolge e terza è la presenza smaterializzata nel dialogo in corso tra l’io e il proprio doppio che da fuori ascolta e sorregge, si fa portavoce muto del confronto che avviene nello svolgimento dei testi.
Ma è veramente una terza persona cui Chiara si rivolge, una presenza materiale e fisica che intrattiene un dialogo con una presenza-esistenza oppure una traslazione di se stessa posta di fronte alla scrittura? Da ciò che percepisco essere uno scritto nato dall’evidenza del decorso di una malattia di una persona cara, ecco l’assunzione della consapevolezza della caducità, della vita fragile, i conti con la vecchiaia, la transitorietà della forza, la necessità dell’assistere trasmutando da affetto (dimensione emozionale) in sostegno (dimensione fisica) e che permette la continuità di chi ha avuto sottratta l’indipendenza. Vi è una forte connotazione dell’impotenza al voler-poter agire: è in corso qualcosa che trascende la vitalità possente dell’osservatore. Quest’ultimo è spettatore: è immobilizzato ed in bilico tra l’intervenire – coi pochi mezzi che la sensibilità consente – e l’assistere combattendo una battaglia feroce contro la propria impotenza, appunto e quella dell’altra entità-persona che aiuta domanda senza voce ma per disvelamento della fragilità. E’ la memoria di un vissuto che soccombe alla nuova situazione, è la figura della madre che abbandona il proprio status e si rimette nelle mani della figlia, invertendo i ruoli di responsabilità.
E’ la forza della figlia che assume il nuovo ruolo e ne fa ragione, è la pacata necessità dell’accettare la fine che la madre avverte e che non può o non sa combattere perché la depressione non è una malattia con confini che si possono individuare, con mura che si possono combattere, bensì è mura dietro cui si viene relegati in una illusoria ma inesorabile prigionia a cui si viene condannati. Epilogo nel testo finale è un invocazione, una promessa, una implorazione (ancora una volta una trinità che come è accaduto sotto altra forma in apertura di poemetto, qui trasforma e chiude) Ma chi implora nella chiusura del testo finale?
La figlia che chiede scusa per non aver saputo combattere ciò che non è possibile combattere? La figlia che chiede d’essere amata, che implora acchè resista la memoria e la madre e che quest’ultima continui a conservare il ruolo genetico-emozionale di dispensatrice dell’amore Oppure è la madre, conscia del proprio male oscuro che accusa la propria insufficienza d’Amore nei confronti della figlia? La madre che amore ha ricevuto senza remore e sottrazioni e che assume il significato della parola madre, accezione di termine trasferito nel corpo-entità della figlia, madre divenuta/madre volontaria/madre costretta. A sua volta, quando sarà giunto il tempo, madre futura?
Fabiano Alborghetti
I
È il corpo che impedisce
all’anima di urlare la sua voce
dici, e poi ti lasci
sprofondare dentro la poltrona, gli occhi
due crateri sul tuo volto
consumato dalle notti insonni
e dal digiuno
guardano al di là
delle mie spalle curve
adesso che per lui
ho fallito in tutto
e che la presunzione di rinascere
abbattuta sorride
in angolo sul ring
del ventre – - – vedo
gli eserciti che muovono
sotto la tua pelle bianca e vuota
come il male
la voglia di morire che si arma
e sfonda le difese a colpi di ricordi
mentre la vita alza fragili muraglie
spiando dalle feritoie
Lo so quel buio che si apre, si dilata, viene
incontro ma tu prendi tutta questa luce
che ho scavato tra i detriti del ricordo
dal letame insieme ritroviamo
i fiori di pace che ho
da offrirti.
II
Non si rompe il bozzolo
d’assenza, non si scioglie
la condensa in maglie
strette di rancore
anima granulo di sale
che cede quando inizia
la scalata del mattino
al risveglio, come un gatto
ti acquatti in fondo al letto
soffi per protesta
se scosto le tende e schiudo
la finestra per vederti
rimbalzare su quello che ti resta
delle guance, il sole.
III
T’incanti ad osservare
le perle di vapore
che salgono dal fondo
della vasca verso le tue dita
per un istante appena
ti risvegli da bambina
io scarto di lato per cercare
nei tuoi occhi quel bagliore
che in fretta si dissolve
via, come la gioia
V
Te l’ho visto nelle tempie
gonfiarsi il temporale
scendere sul corpo
quel tremare d’animale
a strapparsi via la pelle con il laccio
Ho visto le nuvole addensarsi
nei tuoi occhi, il tuo terrore di sentire
che arrivava ancora, il tuo
gridare, quell’essere
in balia del grido
scatenato dal dolore
Ho visto la tua vita che sfilava
la lava del vulcano che di nuovo
si scioglieva, la tua storia,
tutto quello che pesava
come pioggia incandescente
nella testa, il tuo svanire, il tuo tornare
il tuo non essere
davanti a me a guardarmi
con me a prendere a pugni
il mio non saper che fare – - -
VI
Mandi a fondo nella notte
il silenzio, quest’assenzio
adesso finalmente sì!
che puoi parlare
maledire, adesso sì
mentre accanto al muro sono solo le bottiglie
messe lì per impedire
ai cani di pisciare
e siamo quasi sole,
io con te e quell’altra
che mi prende in giro mentre parlo
mentre dico fatti forza guarda
che pace a notte tarda, guarda
che sincerità dentro il tremare
d’un albero spogliato dall’inverno
e gratuità il sorriso della donna
che abbiamo visto in piedi alla fermata
quando l’ultimo tram era passato da mezz’ora
e poi restiamo sole,
io con te, e quell’altra
che nega ogni volta che ripeto
“se ne esce”, scuote il capo
fa un cenno beffardo e tu
sorridi.
IX
C’è il sole. Oggi, sai
sole e io lo sento, triste
miracolo d’inverno
se solo tu potessi liberarti
dalle tue coperte, se ti alzassi
potremmo ancora essere
quelle che correvano impazzite
nelle strade a ridere
di un niente
entrare nei negozi per scrutare
le facce degli assatanati
dell’acquisto
tornare a essere
le stesse misurando
decine di capi di vestiario
senz’avere soldi per comprare
nello specchio trasformarci
per gioco in quelle che non siamo
invece d’esser qui ed esser
nulla, e io
a guardarti e non più
capire.
X
Il dottore è un uomo buono, dici
lo chiamano il siriano
viene da una terra addolorata
e ha sempre i suoi cari
lontani nella mente
per lui io sono una sconfitta
un fallimento, una spina
nel fianco, il suo
tormento, qualcosa che si pianta
un’arma bianca, che non
scava, ma ti toglie
le parole, lascia
esangue – - -
XIII
Io ti vedo così,
come una stella,
una paillette nel cielo
un precipitare
un buco nero
XV
Non trova la vena
buona l’infermiere
pur con tutto l’impegno
di nuovo praticante
e non gli serviranno i libri per capire
perché mai qualcuno muoia
di disperazione.
XVIII
Quando le tue mani danzano
sul vecchio pianoforte
rinasce finalmente
la speranza
perché di nuovo vedo
danzare la tua anima
colmare di un valzer
la tua casa.
XIX
Mantenuta la promessa
infine
sei andata
e io rimango qui
nelle mani un grumo
d’orgoglio
dei sopra
vissuti
a difendere
con cura
di madre
il tuo ricordo
XX
Tu non le sentirai le offese
nessuno più ti guarderà
dalle sue lenti scure scivolare
via dalle fessure del tuo male
che a fuoco ci marchino animali
per una vita ancora senza
neanche il privilegio dell’assenza
disturbata, folle, mentecatta
pazza, paranoica
che a mani piene peschino i pretesti
interroghino i testi
venuti su dai banchi del passato
e battano sul tavolo il martello
si assolvano e condannino
tutto ciò che dal “normale” ha esulato
ti sorriderò dal basso e custodirò
la luce che mi visita al mattino
traducano pure i gesti e le parole
sfogliando il dizionario degli errori
che se sono stati fatti allora
non era che per fame, un tozzo
un tozzo d’Amore
per favore.
Chiara De Luca, 1975, laureata in lingue a Pisa, ex-dottoranda in Letterature europee, ex fondista, insegna lingua e cultura italiana tra la “italiano.it” di Bologna e l’Università di Parma. È nata a Ferrara. Traduce da inglese, francese e tedesco, corre una decina di chilometri al giorno, collabora con «Poesia», «Sinopia» e «Nabanassar». Esperta di risata, sparizione repentina, elaborazione di bugie, cieca sincerità con i pochi ma buoni veri amici sparsi ma non dispersi per il mondo. Ha tradotto La vita promessa (Gedit, Bologna 2004), di Guy Goffette, su cui ha realizzato un servizio per «Poesia» (settembre 2005).
Ha tradotto Manhandling the Deity di John Deane, su cui ha scritto un servizio per «Poesia» (maggio 2005). Ha tradotto alcune poesie di Douglas Dunn per «Nabanassar» e «La Clessidra». Una scelta di poesie dalla sua prima raccolta, per custodire l’amore, è stata pubblicata su «Poesia» (luglio-agosto 2004), una scelta dal poemetto in parole scarne su Faranews, alcuni inediti su «Sinestesie». È inclusa nell’antologia La coda della galassia (Fara 2005) con una scelta di poesie dalla sua nuova raccolta: senza. Ha partecipato a due puntate della trasmissione di poesia “di-versi” di Rai Futura.
Gestisce un sito di poesia e traduzione con molti ospiti italiani, e stranieri in traduzione sua: www.chiaradeluca.com