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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Cosmogonie d’altra scienza. Nota sulla poesia di Gabriele Pepe

Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007

Ho ritrovato con sorpresa e con un sorriso “Sperperato incanto” tra i testi che Fabrizio mi ha inviato; l’avevo già incontrata, confusa tra centinaia d’altre poesie, in concorso per un premio letterario di cui sono giurata.
Per spiccare tra tanti, per distinguersi nell’indistinto e nell’anonimato, un testo poetico deve pur avere qualcosa di speciale.
La poesia di Gabriele Pepe mi colpì, prima, poi mi spiazzò. O forse non in questo esatto ordine, a pensarci bene. O forse entrambe le cose, simultaneamente.
Ecco, sì, se devo descrivere la prima sensazione che provo di fronte a un testo di Pepe, è proprio la percezione della simultaneità del suo esprimersi in versi.
Un sorprendente cortocircuito, un impeto creativo che travolge, sconvolge, e spesso conquista.
Ha un furore quasi “futurista”, se non nell’ispirazione, certamente nell’intento, nella vocazione a un’estetica divertente e divertita, destabilizzante, ironica, caustica a volte, ma sempre profondamente sincera.
La sua è una poesia che rovescia sensi e significati in una visione imprevista, e non di rado disturbante, incongruente. Ma di un’incongruenza “saggia”, in qualche modo provvida, capace di suggerire, al di là della sorpresa, altri sensi e significati.
La poesia di Pepe è una lingua nuova, demiurgica: plasma con azzardo una materia lessicale vivissima e pulsante; la gioca, la scommette, la trasforma in una giostra di impennate ritmiche e squarci visionari.
Lo fa attraverso scelte coraggiose, e spesso un po’ guascone.
L’impiego dell’ossimoro è uno degli strumenti che, primo tra tutti, gli permettono di attuare questa creazione (che è anche ricreazione – nel doppio senso del termine – e d’altronde la molteplicità di senso è uno dei caratteri più evidenti che attraversano la sua opera in versi). “Santissima bestia”, “stigmate profane” (scelte lessicali, queste, che chiaramente alludono a una religiosità negata, eppure di certo in precedenza ruminata), o ancora “regolato abuso”, “ferocia apatica”, “saltimbanco impegno”, sono solo alcuni dei tanti esempi di una retorica piegata a restituire una proiezione parallela in cui l’Io creatore (“il nulla mal s’accosta / al pieno che sprigiono”) allinea gli elementi costitutivi del suo Universo personale in una sorta di caos ordinato. E ordinato proprio grazie a un’unione, a una conciliazione nuova e inaspettata degli opposti, in una dialettica travolgente che spesso trae linfa da un bagaglio enciclopedico eterogeneo e disparato, attingendo di volta in volta dal lessico medico, scientifico, mitico, teologico, astronomico.
Altre volte, invece, è l’intelligente gioco di parole a prevalere (“miti da sfamare”, “uccel di grasso”, “bocca di sfintere”, “l’armata pappagorgia”) o ancora il provocatorio neologismo (“scoppi d’insalute”), in un divertissement moltiplicato e colmo di pantagruelica ironia, e tuttavia in questo gravido di conseguenze e intuizioni, veri e propri squarci a livello di senso.
Una poesia che si fa quindi, per sommo ossimoro, scienza altra, e soggettiva, cosmogonia allucinata, fantasia d’atlante estremo, dilatato.

Cristina Babino

Poesie inedite di Gabriele Pepe

Esposizione

Esposizione nucleale di un alter ego che non sia Aristotele scienziato

bensì il miraggio puro e prometeico di un progetto inafferrabile

raccolto al mito del Titano che s’intravede in fuoco e scintillio di lingua.

Sonagli luminosi, sussurri ottici, radiosi strepiti d’introspettiva fiaccola

che in luce salmodiando l’oracolo bruciante alla sua brace convertirà

Sperperato incanto

Non vivo a saldo cuore combattente

ma vigliacco bivacco nell’addome

uccel di grasso a casalinga piuma

per le gabbie svolazzo saturnino

chiocciando cove e uova di parole

albume e tuorlo a lingua maldicente

oscenità del fradicio pulcino

che troppo infuria antropica natura

e sperperando giorni e sogni inabili

sottraggo umanità dalla mia testa

fino a che impulso di nervo ancestrale

lisca lucente di corpo selvatico

midollo arcaico santissima bestia

carnoso esubero di ninfe e satiri

come d’incanto alla corte del panico

sacra siringa mi sento suonare

Le colonne immerse

Che resti l’Ercole impotente

le cui colonne immerse

ho fintamente superato

sale la bruma e spacca l’ossa alle brughiere:

ventose sentinelle

di rango disumano

che per lombrichi versi

mi scavo da lontano

digestione di muschi e di licheni

rifiuti cronici di un pasto solitario

farina dei miei lombi

aspersa sull’ortica

che corrono i cavalli e la canizza sbrana

e i corvi gracchiano dai tempi del disgelo

e il cacciatore arranca

senza fiato rincorre la sua vita

preda cangiante che del cosmo

si crede l’epicentro

Genesi

Caos che nasce dalle fondamenta

vacilla sfrigola e concreto cristallizza

sintetizzando in scopi ignoti un universo

esposto e risoluto che nel guscio

dell’alte forze e delle discipline tribola

Accado nel sottrarmi o sottostare

a quel congegno lucivago dell’erranza

incanto della fisica compiuta

radice quadra della legge e del disordine

acqua della placenta accelerata

che il nulla mal s’accosta

al pieno che sprigiono

e sono tenebra che luce inchioda

all’esistenza

e sono il raggio che s’espande

e la dissipazione in sé trasporta

lucerna dello spirito

e della stella rosa

morte impietosa che si fa dimora

Ai posteri l’atlante

Fratelli corpi

esposti all’empirico giudizio

ricomposti al ludibrio della scienza

monografia del sano

sindrome gemella in gogna luminosa

su sfondo bianco

alone estorto che assume impronta

su sindone cartacea

cartina patologica di un altro cielo

che per contrasto assiste alla rincorsa

di un lampo che traslucido rivanga

il tumulo di carta patinata

il dotto candido sepolcro

sottile come un foglio:

la marmopagina dell’epitaffio

In corso di espiazione

1.

Non voglio più lambire incanti cortigiani

talmente vasto regno dell’abbaglio che occhi

bruciano a contemplare stimmate profane

opache stelle d’ineffabile entropia:

sacrilegio che muta i prìncipi in ranocchi

e si offre di purezza ai sogni partigiani

miraggio necessario alla carnezzeria

di cuori dissennati e bocche da sfamare

libero tuttavia dagli abili macelli

che la grandezza sta nell’essere maldestro

il goffo incantatore del serpente arcano

l’illustre demone che morde all’occorrenza

e nella carne effonde amletico veleno:

in cruda morte visionaria degli agnelli

in scandalosa vanità dell’innocenza

crudele sperpero di vittime al massacro.

Resiste sempiterna fluttuazione errata

archètipa frequenza non conforme al tono

che vibra per contrasti e scioglie il suo lamento

in singole devianze, mutazioni ritmiche.

È fonte distorsiva che battezza il mondo

si svela al paradosso, dell’assurdo canta

oscillazioni: partiture dell’origine

figure primordiali di suono e pigmento.

2.

E mi sovverto senza norme e direttive

che verbo del potere è voce rutilante

è bocca di sfintere in fondo alle solerzie

che evacua sale divorando pane e rose.

Rivendico salvezze in lingue deflagrate

indocili frammenti in ere clandestine:

con saltimbanco impegno insisto sull’orrore

mi espongo evanescente al lancio delle pietre

che mostro grado medio introiettato all’orbita

pianeta scenico di lauto amore aggrava

fingendo onore dove l’orda frusta ingorda

e nel civile ossequio all’ordinario abuso

corda e sapone assolve e con distacco avalla.

Ferocia apatica dell’abbondanza cronica

furore dell’ammasso, dei valori a frutto

orgoglio e lustro dell’armata pappagorgia.

Ma tra un’ellisse e l’altra gravita la luna

dolore planetario a carne di satellite

che ad ogni eclisse rende nuova la sua specie.

Invereconda e sconveniente traiettoria

spirito delle scarlatte maree congenite

corpo scisso che varca la galassia ossuta

e alieno si riflette sull’azzurra crosta

di un’altra terra arresa al ciclo della pelle

3.

Sopravvivono brandelli faville d’ombra

sgranati fotogrammi esposti al cielo pigro

sul mucchio abraso delle rètine sdrucite

cronografie catodiche d’avanzi umani

residuali lampi d’apparenza che sul ciglio

di strade ambite vagano: scintille d’ossa

bagliori della morte scheletriti sguardi

dell’umor vitreo tra le precarie viste

di un occhio che di lacrime straripa a gloria

d’intrepide rivolte e crude repressioni

che gravido d’amore porfido non duole

scagliato col cervello e cuore scintillante.

Sogno sbranato da fameliche illusioni

cometa lacerata a coda transitoria

passaggio mistico che ancora stilla sangue

e di reliquia sboccia: miraggio d’altro fiore

tra le scabrose aiuole al centro dei deserti

polline che incendia polveri d’un rito

eroso dalla furia del suo stesso oltraggio

cadente simulacro di un pensiero a corte

vermiglia cenere dei fuochi del giardino

luce smarrita nell’intrico dei cipressi

che il sol dell’avvenire imploso all’orizzonte

di schianto illumina la neve nel crepaccio

Katrina

Cielo salsedine alghe vive e spazi ardenti

se troppa luce sull’incudine del mare

se nubi deflorate in ruvide tensioni

crespata meraviglia

esasperato crisma

se l’occhio al grande fiume affiora

a làtere quell’ombra a margine lo sguardo,

sin troppo calmo in apparenza, cardine

s’ingegna a nero sortilegio

che vortica maligno e sogni sradica

dai fasti della carne.

Pupilla incarognita di palude

crettato alligatore

che espugna la barriera

e nell’oscuro mastica la vita

sul filo amniotico dell’arroganza

che il fine tende a boria la bonaccia

ed argine sicuro è rupe di sbilancio

burrone periglioso che minaccia l’urna

al tempo dell’incanto

Embedded

Coperto corre all’aria disboscata

ansia metallo errante

dal suo rombo strombazza e sbava

e non si cura dell’impatto in atto

si sposta in retroguardia

o segue un filo di binario

treno che al funerale non singhiozza

e al fondo recita la parte del carbone

nell’austera fornace della morte

(Cerbero suo malgrado ringhia e morde:

dal guinzaglio s’allunga nell’umano

per devozione sbrana le sue greggi

bestia pastore d’ordine marziale)

pur di coda resiste turbolenza

ma poi bilancia il vento

il piano ben studiato

il condor dall’artiglio calibrato

o volpe cittadina con pelliccia

cucita su misura

(mamma mimetica

a denti democratici

candidamente ride.

Nel ferro e su sgabello

l’incappucciato elettrico

per mille Volte

assaggia la sua corte)

il grigio allunga il passo

nell’ombra del suo codice

i morti riavvampano nel plasma

o in liquidi cristalli

e se l’incendio esige le sue fiamme

allora basta un pollice

per spegnersi lontani

(un cumulo di corpi

sul pavimento crudo

annuncia un lampo chiuso

che infigge esibizione:

avranno un pio crociato

un colpo di spallucce

e tutto sfugge al popolo sovrano!)

ma dalla cattedrale

chi urla al paradiso

se non Quasimodo?

Decorsi migratori

Ecco la truce particella che s’arrende all’ansia circolante

per abbondanza di combriccole, vecchie borie, narici al caldo,

al dunque la vendetta che minaccia è biochimica volante

non va oltre il distratto sfregamento vento/ala aria/naso

migrante focolaio che, propaganda dell’arca pandemia,

di spettronebbiolina, albume di covata, aleggia sulle feste

di seta e di velluto, sulla grassadolcesanta tirannia

che sovrana si sparge e mondana spancia ben oltre le frontiere

e tutto il resto mondo intruso che si fotta e scoppi d’insalute!

Aracnosophia

Ramificati luoghi e tempi e spazi

e sfondi: gergo d’inganni, sirena

e sfinge criptolingua e ancor polena

barlume remoto di maschera

discreta che sulla prua dell’ego caravella

tra i flutti condivisi riconquista

deriva elettrica

ma ogni viaggio inizia con un laccio

neostringa ombelicale

di un essere cromatico che in lieve differita

concilia l’anima con il suo clone:

dinamico rovello appeso all’iride cablato

frattale impulso d’esperanto fuoco

logo mediale che in cristalli acchiocciol@

e assume censo inconsistente al cuore

comprime il cielo:

(dell’iperspazio

vetrose aurore trasparenti)

microsole che ri-sorge giallo magenta e ciano

sui liquidi giardini a babilonia

babilonia scorrevole la troia

sgualdrina processata di matrici e porte

groviglio di silici e scorie

boscaglia algebrica

mangime per quel ragno alfanumerico

che ai frutti mira dell’albero coassiale

il pomo turgido del fiore soffice

griglie di polpa

memorie di una vita

da mela morsicata

che vivamente sedentaria al pasto

s’intrattiene del baco resettore

Crespa d’onda

(Del mare sono goccia nella brocca

che spinge fino all’orlo e mai trabocca)

Da crespa d’onda schiuma d’immemoria

sotto l’innata svolta della ruota

la curva si modella della storia

che in me si srotola coscienza nuova

Feto barionico dell’inorganico

che eterno mi ribolle e mi sostanzia

placenta nera dell’embrione quantico

che Morte già dispone alla mattanza

Gabriele Pepe nasce a Roma, dove pure risiede, nel 1957. Ha pubblicato finora due raccolte di poesie: “Parking Luna” ArpaNet Milano 2002 e “Di corpi franti e scampoli d’amore” LietoColle libri Faloppio (CO) 2004. È inoltre presente nelle antologie: “Ogni parola ha un suono che inventa mondi” ArpaNet Milano 2002; “Fotoscriture” LietoColle libri Faloppio (CO) 2005; “Il segreto delle fragole 2006” LietoColle libri Faloppio (CO).

Suoi testi e recensioni sono apparsi su varie riviste tra cui: L’Avvenire, Tuttolibri (inserto de: la Stampa) Il Segnale (n.63/2003 e n. 66), Il Segnalibro (dicembre 2002), Spiragli, Storie (n.50), Il Foglio Letterario (marzo 2003), Tam Tam, Stradafacendo, La Clessidra, Poiesis, Tirature ’03 (Ed. Il Saggiatore 2003), Gradiva, Polimnia ed altre.

Ha ricevuto premi e riconoscimenti in vari concorsi di poesia.

Ora sta lavorando alla sua terza raccolta poetica da cui sono tratte alcune delle poesie qui presentate.