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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Del dialetto siciliano con cenni di etimologia

Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007

La concezione del dialetto quale codice dei parlanti di un ristretto consesso sociale, un codice chiuso, non contaminato e/o contaminabile, un codice sinonimo di sottocultura, è sostanzialmente tuttora diffuso. Concezione fondata sul pregiudizio, sulla conoscenza assai approssimativa di quanto invece c’era – c’è – di bello, di prezioso, di antico nel nostro dialetto. E allora, PERCHE’ IL DIALETTO? E si può – si deve – scegliere fra l’uno, il Dialetto, o l’altro idioma, l’Italiano? E in relazione a che? All’argomento, al destinatario, al caso …? E, dulcis in fundo, l’annosa questione: IL SICILIANO E’ DIALETTO O LINGUA? .

Nessuno di noi ritengo si accosterebbe mai al Francese, all’Inglese, al Tedesco … senza conoscerne l’ortografia, la morfologia, la sintassi, la semantica … E allora perché farlo col Siciliano? Non credo basti essere nati – e cresciuti – nell’Isola per scrivere il Siciliano! Noi tutti ne siamo sì, in virtù di ciò, dei “parlanti”. Per acquisire l’altra qualità, la qualità che ci qualifichi “scriventi”, occorre un “apprendistato”, occorre un impegno diuturno volto alla conoscenza delle opere degli Autori siciliani e dei saggi inerenti agli stessi e al Dialetto, occorre la frequentazione di un preliminare, diligente esercizio di scrittura. In definitiva, bisogna studiare il Siciliano.

Al primo interrogativo, IL SICILIANO E’ DIALETTO O LINGUA?, reputo opportuno abbinare – al fine di approfondire – quell’altro che viene posto, sovente, da taluni: “non esistendo un Siciliano nel quale scrivere ha senso dannarsi sulla corretta trascrizione delle parole?” Affrontiamo complessivamente le due domande, tramite le autorevoli valutazioni storico-critico-letterarie di Mario Sansone e di Salvatore Camilleri:

1) dal punto di vista glottologico ed espressivo non c’è alcuna differenza essendo la lingua letteraria un dialetto assurto a dignità nazionale e ad un ufficio unitario per complesse ragioni storiche;

2) il Siciliano, con la poesia alla corte di Federico II, è stato determinante per la nascita della poesia italiana;

3) il Siciliano è stato strumento letterario di poesia e di prosa: nella seconda metà del sec. XV diede vita alle Ottave o Canzuni, nel sec. XVIII a un autentico poeta come Giovanni Meli e nel XIX secolo a Nino Martoglio, ad Alessio Di Giovanni, a Luigi Pirandello. La sua influenza si riscontra, peraltro, in Verga e Tomasi di Lampedusa;

4) il Siciliano, per ispirazione, toni e contenuti, è capace di esprimere tutta la complessa realtà, dall’aspetto lirico all’epico, dal tragico al comico, in tutte le sue essenze, potenzialità, sfumature.

Riportiamo oltre a ciò le parole di Guido Barbina: , e taluni passi tratti dall’articolo “Le lingue minoritarie parlate nel territorio dello Stato Italiano” di Roberto Bolognesi: . .

Ulteriori considerazioni (appena ricordando peraltro che nella Sicilia del Cinquecento operavano già due Università: quella di Catania e quella di Messina, nonché la proposta del 1543, del siracusano Claudio Mario Arezzo, di istituire il siciliano come lingua nazionale) potrebbero passare attraverso la presenza di Vocabolari, di testi di Ortografia, di Grammatica, di Critica, eccetera.

Questa incursione nel passato ci dà lo spunto per dei brevi cenni di etimologia.

Se oggi, in questo nostro incontro, io inframmezzassi il mio intervento con termini quali: LIPPU, OGGIALLANNU, TABBUTU, RACINA, TRUPPICARI, SPARAGNARI, nessuno di noi – credo – si allarmerebbe, lamenterebbe di non comprendere, si riterrebbe escluso. Tutti, piuttosto, troveremmo palese conferma a una nostra sensazione che uno studio del Centro Ethnologue di Dallas ha, compiutamente, così fissato: in Siciliano e in Italiano standard.

Quelle, LIPPU, OGGIALLANNU, TABBUTU, RACINA, TRUPPICARI, SPARAGNARI, sono parole che adoperiamo con naturalezza, con proprietà di significato, parole con le quali assolviamo egregiamente l’esigenza sociale della comunicazione. Ma la cosa più rilevante ai nostri fini è che esse fanno parte, a pieno titolo, del nostro odierno parlare, sono pregne di attualità. Ciò detto non ci rendiamo forse conto, perché magari mai ci siamo interrogati in tal senso, che esse sono antiche di secoli quando addirittura non di millenni.

Il Siciliano, le cui radici diciamo così ufficiali affondano nel lontano 424 a. C. con la virtuale costituzione ad opera di Ermocrate della nazione siciliana, è dunque un organismo vivo, palpitante. Un organismo capace di resistere alle influenze delle disparate altre culture con le quali si è “incontrato”, capace di acquisire da ognuna di esse quanto di volta in volta più utile al suo arricchimento e di stratificare tali conquiste sulle proprie, originarie fondamenta. Ecco, allora, si avvicendano nel tempo il greco-siculo, il latino-siculo, l’arabo-siculo, il franco-siculo, l’ispano-siculo, ma sostanzialmente sempre una lingua, una sola: il Siciliano.

La risposta, in parte, è insita già nella premessa appena fatta, ma il quesito necessita comunque di una succinta trattazione, impone una esposizione esemplificativa. Lucio Apuleio, scrittore siciliano del II secolo d.C., asseriva che i Siciliani parlavano tre lingue: il Greco, il Punico e il Latino. Ma, da allora e fino al XIX secolo, ne sono passati di “ospiti”! Veniamo pertanto a rievocare le frequentazioni del Siciliano servendoci di alcuni esempi.

Dal Greco, VIII secolo a.C.: Bastaz – Vastasu; Kerasos – Cirasa; Babazein – Babbiari; Lipos – Lippu; Baukalis – Bucali; Keiro – Carusu; Rastra – Grasta; Bubulios – Bummulu; Apestiein – Pistiari.

E ancora: Naca, Cannata, Taddarita, Ammatula …

Dal Latino, III secolo a.C.: Muscarium – Muscaloru; Crassus – Grasciu; Hodie est annus – Oggiallannu; Ante oram – Antura; et cetera et cetera.

Dall’Arabo, che come il Greco e il Latino, ha fortemente influenzato la lingua siciliana, 827 d.C.: Zbib – Zibibbo; Qafiz – Cafisu; Suq – Zuccu; Tabut – Tabbutu; Qashatah – Cassata; Saut – Zotta; Giâbiah – Gebbia; Babaluci – Babbaluci; Giulgiulan – Giuggiulena; Sciarrah – Sciarra.

E poi: Lemmu, Funnacu, Giarra, Margiu, Zagara, Burnia, Zimmili …

Dalla radice Francese, in conseguenza della dominazione normanna e angioina, tra il 1060 e il 1282: Ache – Accia; Mucer – Ammucciuni; Boucherie – Vucciria; Couturie – Custureri; Trousser – Truscia; Raisin – Racina. E inoltre: Giugnettu, Accattari, Avanteri …

Dallo Spagnolo, che praticammo quasi ininterrottamente per cinque secoli dal 1412 al 1860: Abocar – Abbuccari; Lastima – Lastima; Encertar – Nzirtari; Scopeta – Scupetta; Esgarrar – Sgarrari; Alcanzar – Accanzari; Tropezar – Truppicari.

E quindi: Muschitta, Sarciri, Picata, Ammurrari …

Dal Tedesco (tra il 1720 e il 1734 quando la Sicilia venne assegnata dagli Spagnoli all’impero austriaco): Hallabardier – Laparderi; Rank – Arrancari; Sparen – Sparagnari; Wastel – Guastedda; Nichts – Nixi.

Ci siamo ovviamente limitati a pochi condivisi esempi, ma le relazioni sono innumerevoli quante le parole stesse del dialetto siciliano e di certo ognuno di voi potrebbe immediatamente suggerire chissà quanti e quali altri vocaboli o locuzioni.

Non possiamo tuttavia chiudere questo capitolo senza fare una brevisima allusione al dialetto gallo-italico di Sicilia. Tra il secolo XI e il secolo XIII, schiere di militari, di cavalieri, di fanti, con a seguito le famiglie, dal Monferrato e dalla Gallia Cisalpina calarono in Sicilia. Le popolazioni di Piazza Armerina, Aidone, Nicosia, San Fratello, Sperlinga e Novara di Sicilia, ove costoro si stabilirono, mantengono tuttora nella loro parlata le connotazioni fonetiche, morfologiche e lessicali, ben differenti da quelle del Siciliano, che hanno determinato il c.d. gallo-italico.

Alla luce di quanto esposto, ritengo si possano sciogliere, entrambi positivamente,

i quesiti che ci siamo posti e affermare:

A) il Siciliano può essere considerato, se proprio vogliamo impuntarci su questo termine, alla stregua di una Lingua; l’appellarlo però Dialetto nulla gli sottrae e niente affatto lo diminuisce –

B) ha senso, per chi vuol dare dignità al proprio dettato e a se stesso, perseguire la corretta trascrizione del Siciliano.

Rebus sic stantibus: PERCHE’ IL SICILIANO? E QUANDO?

La questione, in realtà, è ben altra! La scelta del sistema di comunicazione non è, infatti, abito soggetto alla moda, al fine, all’ambiente.

La scelta è dettata a priori: il “SENTIRE SICILIANO”.

Il che significa ,

significa

E allora, QUALE SICILIANO?

Quello di Catania o quello di Palermo? Quello di Siracusa o quello di Trapani?

E perché non tutti assieme, il prodotto di tutti essi? L’Agrigentino, l’Ennese, il Messinese, il Nisseno, il Ragusano non sono pure essi Siciliano?

Marco Scalabrino