Giovanni Nuscis
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
Presentare Giovanni (Gianni) Nuscis mi riempie, letteralmente, di gioia. Intanto per la levatura del poeta e dell’uomo, che è anche un raffinato recensore di poesia e narrativa, quindi per il consesso autorevole di autori, lettori e critici che animano il sito e il blog di Fabrizio Centofanti. Gianni è nato nel 1958 ad Ancona e risiede a Sassari. Laureato in giurisprudenza, si occupa di formazione presso il Ministero della Giustizia. E’ stato premiato per l’opera prima al Contini Bonacossi del 2003 (con Il tempo invisibile, Book, 2003) ed ha vinto il Premio Turoldo 2005 organizzato dall’Associazione Poiein (www.poiein.it); è uno dei collaboratori più assidui e documentati della rivista web ItaliaLibri.net. Le poesie che vi propongo sono state selezionate dalla sua ultima raccolta, In terza persona, appena edita da Manni. La ricchezza tematica, la qualità poetica, la peculiarità dello stile caratterizzano e impreziosiscono questa raccolta. Dopo averla attraversata restano impressi l’ordito, il tono, il ritmo interiore e il forte richiamo alla coscienza. E’ una raccolta densa: vi è una prospettiva antropologica, una vocazione naturalistica e una profonda visione etica, anteriore e ulteriore al testo, oscillante tra compassione e intransigenza. Altra caratteristica è il movimento, fisico e metaforico che anima molte poesie. Ma pure, nessuna fatica a seguirne il ritmo vivace: nell’insieme è controllato, ben dosato. Giovanni Nuscis ha profondamente interiorizzato la visione poetica eliotiana e certi toni e forme della poesia di un altro grande poeta, Angelo Mundula (sassarese, da oltre vent’anni autorevole firma dell’Osservatore Romano). Uno degli aspetti che più colpiscono, e che permane a lettura finita, è il profondo senso d’attesa, d’incompiutezza (Le parole e le attese/ disegnano solchi, ordiscono salti/ da fredde bocche di pesci) sempre pazientemente coniugato con la vita quotidiana e con la storia (La guerra è qui/ in questo mandarino che marcisce). Sembra quasi che la precisione della visione e la sicurezza della ‘lezione’ restino subito avvolte da un alone d’inquietudine e di dubbio (Ma da qualche angolo si avverte/ come un monito, e non capiamo:/ /non capiamo se lo stiamo ascoltando/ o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto). E’ una poesia che ci mette di fronte alle nostre responsabilità e al nostro prossimo futuro. Deve far questo davvero il poeta, donarci una parola ‘civile’? Riproporci la ‘sua’ storia? Aiutarci a ritrovare un’etica? Ebbene, col suo coraggio e quel verso (davvero) libero, Gianni Nuscis ci dimostra che quel poeta ci mancava, così difficile da incontrare oggi, nonostante la copiosa produzione poetica che c’inonda.
Antonio Fiori
Da ‘In terza persona’ (Manni, 2006)
Non ci perdiamo
in questa via che tira dritta
spezzata solo da pugni
di case vuote come orbite.
Ombre di pali e cornicioni tremano
sulla strada, tra serpi di cristallo.
La città s’allontana. Gli occhi
nell’oro d’una rada all’orizzonte.
E sorvoliamo a piedi pari la saliva, asciutta
di campagne affaticate, rustici
ville dimesse, grigie o stinte.
Fiume Santo (1), bagno d’uomini
con le torri li vicino che si spengono.
Centinaia di tute senza i corpi
tra spuma e campi: anime, finalmente libere.
Affacciati ai bordi di una luce
tagliente, tutto se ne vola
in una pace inquieta d’aria calda.
Niente e nessuno più si ferma
rallenta, giace per sempre;
persino una scimmia antropomorfa
dopo milioni di anni, si risveglia (2).
(1) Località a pochi chilometri da Porto Torres (SS), dove è situata una centrale termoelettrica. A Porto Torres sono invece presenti gli impianti petrolchimici attivati a fine anni sessanta da Nino Rovelli, ora in lenta dismissione.
(2) Sempre a Fiume Santo, nel 1993, due amatori raccolsero dei piccoli frammenti ossei di animali che, analizzati dalla Facoltà di Scienze Naturali dell’Università di Sassari in collaborazione con l’Università di Liege, hanno rivelato essere appartenuti a coccodrilli, antilopi, scimmie vissute circa 8,5 milioni di anni fa, nel Miocene superiore.
La guerra è qui
in questo mandarino che marcisce;
gli ospedali vuoti
e il male intorno che dilaga.
E basta pronunciarla, la parola
perché tremi la lingua:
noi, la tana in cui la bestia
entra, esce, resta
a testa bassa.
*
S’attenuerà la luce ed il calore
esaurite le scorte, dato fondo
alle energie pulite o sporche.
Ma lo sguardo sarà vivo nell’ombra;
più vicini al nulla ci ritroveremo:
padre, che non sei giudice né lama
vedrai, ci adatteremo
a nuovi dinosauri, a carestie,
a guerre per le briciole rimaste.
La rinuncia, la più ambita conquista.
*
Candele, si spengono
le case. Il pescatore
libera i pesci piccoli,
dalla rete.
Restano vasi di gardenie
nei balconi a seccare.
Tra vuoti di silenzio,
ballano topi e refoli,
e gocciola la notte:
valico difficile
per minute formiche.
Gli specchi degli armadi
riflettono brevi corridoi,
e sempre più frequenti sconosciuti.
*
Sulla carne viva del giorno
come lame
senza un grido, una smorfia:
postumi a noi stessi
di quel nanosecondo
che ride, di spalle.
Ciò che sembra precipizio
smottamento, marea oscura
è anticipazione di un passo.
Le parole e le attese
disegnano solchi, ordiscono salti
da fredde bocche di pesci.
Saremo mai, ti chiedi
ciò che vorremmo?
Dolgono membra invisibili, sbattendo
contro angoli invisibili.
Nell’acqua, radice tenerissima
cammini, senza attecchire.
*
Sul dorso di anni molli come acqua
calchiamo l’orma, prendiamo il largo.
Lontani ritrovandoci ogni volta.
Ma ci sono chiese dove torni in silenzio
entrando nell’azzurro degli spazi aperti.
E ti stupisci del tempo che è passato
di quanto belle fossero le mute
impigliatesi là dove biforca il sentiero
di stagione in stagione.
Più sottili si sono fatti gli occhi
più grossa la grana del ricordo.
Siamo volati via da noi e dai nostri morti.
Ma da qualche angolo si avverte
come un monito, e non capiamo:
non capiamo se lo stiamo ascoltando
o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto.
*
Conservo un filo d’erba
sulla lingua,
non lo vedrò piegarsi, e marcire.
Un filo che lega e ravviva
una città sbiancatasi alle spalle.
E’ il viatico degli anni
l’architettura che resta,
con la caduta dei mattoni
che il vuoto rende più leggera.
O, se si vuole, una fede banale,
come pantaloni che proteggono
dai graffi d’un sentiero frastagliato,
così fitto da richiudersi alle spalle,
dopo il passaggio, prima
che si crei un varco
davanti.