Massimo Sannelli 2
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
presentando Massimo Sannelli mi vengono in mente le parole di Bertinotti nel suo famoso discorso inaugurale: sono un uomo di parte…non posso essere imparziale, forse, nell’introdurre Massimo, che per me non è solo un grande poeta, ma anche un grande amico, una persona di cui ho imparato ad apprezzare la sensibilità acutissima, l’orecchio attento ai minimi movimenti di tutto ciò che è umano, ma anche creaturale: penso al suo amore per il paesaggio, per la natura, gli uccelli, le rane; è una voce che sembra racchiudere e comunicare proprio ciò che cerchi nel profondo, e magari spesso non trovi, da quello che ancora oggi definiamo un poeta. il testo che segue può essere una traccia visibile di quanto detto sopra. Massimo ha scritto molto e ha una presenza ormai consolidata nel fare e pensare poesia in Italia. chi volesse avere un approccio immediato con il suo mondo può entrare in http://microcritica.splinder.com oppure http://sequenze.splinder.com.
benvenuto, Massimo!
“Quando mi avvicinerò ai ragazzi della scuola, dovrò ricordare che è impossibile fingere: bisogna dire TUTTO, serenamente. Bisogna dire l’ubriacatura dopo uno scoppio (vita, nervi) e trarne le coseguenze; dovrò dire da che cosa è nato un sonetto o un verso. Perchè sono qui? Perché mi hanno chiamato qui? Dicono che sono un poeta.
Il primo giorno, la prima ora, dico ai bambini, a scuola, che il versus era il solco. Ogni verso, scritto o orale, lo è, per la forma e la ripetitività nello spazio. Il solco scritto tende ad una fine, che è il bianco dopo l’ultima parola: il bianco è secondo al pieno e al nero, ed è il bersaglio a cui tende la freccia, e lo penetra; anzi lo attraversa, e ritorna in corsa, in volo, come un’altra freccia. Ogni verso è una presa in carico dello spazio: metrica; in principio è l’agrimensura. Il bianco non è una parte frustrante, ma il culmine dello slancio, a cui segue un altro slancio. Lavorare la terra, solco per solco, e fare (pòiesis).
Così i miei allievi imparano i collegamenti: si fa (come con le mani) un verso, si va (come con i piedi) verso una destinazione. Poi spiegherò loro che il textus era il tessuto. Voglio dire che le parole su cui tutto si sta ancora basando, in poesia, nascono dal lavoro: uno tipicamente maschile e uno tipicamente femminile, aratura e tessitura. Questo significa, prima di tutto, come in una romanza di amanti e nella politica di una tribù: né io senza di voi né voi senza di me. E’ soprattutto questo a emozionarmi, lo vedo, in giorni troppo duri per scrivere senza enfasi.
Poi dico loro che una poesia non è scrittura, ma emissione di fiato e gesti manuali, possibilmente danza e canto del performer, ed emissione – in primo luogo – di una vita o di una lingua. Leggo e spiego una poesia di Simon Weil, che ho tradotto in una metrica chiusa a cui manca la solita cantilena dei versi misurati. [...]
Il terzo giorno è l’ultimo. Parlerò della mia esperienza: quasi una gabbia, di cui soffrivo, lavorando di notte in una clinica. Una sera di agosto ho acceso il computer portatile su una panchina e iniziato, senza prevederlo, un sonetto: “In un istante solo/ si vuole la reazione a molte offese…”. Lo hanno seguito altri diciannove, in pochi giorni. La clausura chiamava chiusura, e insieme libertà (quei sonetti si permettono molte nuances e dissidenze metriche); la mancanza di uno sviluppo invocava le metafore (ma non sole, e non pure) della terra e del seme, quindi della maternità (ma non era in campo mia madre, né la mia sola vita). Spiego ai ragazzi che cos’è un sonetto, che è forma chiusa: non è difficile capirlo, per loro. Non è difficile capire, infine, quale ansia ha preparato la calma e la normalità di questa dizione. Uno spazio tolto è ricompensato da un altro spazio, sul quale agiranno l’aratro o il telaio, il verso e il testo”. (Estratto da Appunti da un corso di poesia (marzo-aprile 2006). L’intervento completo potete trovarlo qui: http://www.microcritica.splinder.com/post
/7716280).