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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Memoria tra reminescenza e zikkaron

Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007

LA PAROLA POETICA COME E-VENTO MEMORIALE

“Il Signore disse a Mosè e ad Aronne

nella terra d’Egitto: “ questo mese

sarà per voi il principio dei mesi,

e questa sarà per voi il primo mese dell’anno.

Parlate a tutta la comunità d’Israele

dicendo: Il dieci di questo mese si

prendano ognuno un capo di bestiame minuto

allora tutta l’assemblea della comunità lo

immolerà tra le due sere…

… così lo mangerete: i vostri fianchi cinti,

i vostri sandali ai piedi e il vostro

bastone in mano; e lo mangerete in fretta

E’ la pasqua del Signore!

Questo giorno sarà per voi quale memoriale

e lo festeggerete come festa per il Signore:

per le vostre generazioni

come statuto eterno lo festeggerete!”

(Es,12,1-14)

“Bisogna infatti che l’uomo comprenda

la funzione di quella che viene chiamata idea

procedendo da una molteplicità di sensazioni

ad una unità colta con i pensiero.

è una reminescenza di quelle cose che un

tempo la nostra anima ha visto, quando

procedeva al seguito di un dio e guardava

dall’alto le cose che diciamo sono essere

alzando la testa verso quello che è veramente

essere…( Fedro,249C)

Ma il ricordarsi di questi esseri, procedendo

dalle cose i quaggiù, non è cosa facile per

tutte le anime: non per quelle che videro

con un breve sguardo le realtà di lassù,

non per quelle che, cadute quaggiù

ebbero la cattiva sorte, e trascinate …

all’ingiustizia da cattive compagnie,

caddero nell’oblio di quelle realtà

sacre che videro allora” ( Fedro,250A)

(Platone, Tutti gli scritti, Giovanni

Reale cur., Rusconi, 1991)

Memoria tempo ed eternità, parole gravi, importanti, da sempre fonte di riflessione, oggi più che mai parole da ricuperare. Guardandoci intorno la sensazione è quella di vivere un tempo senza memoria perché privo del senso del fine. Un tempo che non giunge da nessuna parte e non va verso alcun luogo, sembra aver relegato il vissuto umano in una circolarità senza senso e senza scampo.

“Eccoci dunque,minuscoli umani, sulla minuscola pellicola di vita che circonda il minuscolo pianeta perduto nel gigantesco universo (che forse è esso stesso minuscolo in un pulviscolo proliferante). Ma allo stesso tempo, questo pianeta è un mondo, la vita è un universo pullulante di miliardi di miliardi di individui e ogni essere umano è un cosmo di sogni, di aspirazioni, di desideri”

(E. Morin,il metodo, ordine disordine organizzazione, p 57, Mondadori)

Per i greci Mnemosyne è la madre delle muse, colei che conosce e fa conoscere all’uomo la verità, ripresentandogliela nella memoria. Straordinariamente poetici i passi in cui Platone narra in che modo le Idee si presentano all’uomo, come l’anima può conoscere ricordando dal visibile l’invisibile ,dal particolare l’universale, e se riusciamo a cogliere nel mito l’essenza, allora sappiamo che aveva ragione, che il nostro conoscere passa per quelle intuizioni (in-tuere) che troviamo inspiegabilmente dentro di noi, quasi memorie vissute altrove, conoscenze donate a chi si lascia coinvolgere, a chi non pretende di avere il possesso del vero ma lascia che la verità si dis-veli (A-letheia).

Gli ebrei e con essi i cristiani hanno approfondito questo rapporto con la memoria in un modo insuperabile. Per l’ebreo la memoria non è fuori del mondo, in un mondo altro, più bello, più puro. Per lui il mondo altro, ovvero Dio stesso, entra nella storia e incide in essa un e-vento che diventa un unicum da cui tutta la storia potrà attingere il coraggio per costruire il futuro.

Lo zikkaròn di cui si parla in Es,12,1-14 viene definito dagli studiosi ephapax, evento avvenuto una volta nella storia ma di tale portata per cui, chi lo ricorda, partecipa, in qualche modo, dell’evento stesso. Nello specifico, l’esodo non accadde soltanto per la schiera di Mosè ma, nello zikkaròn, l’ebreo del 2006, e dei millenni a venire, si vede aprire le porte della storia e rivive la salvezza come in quel giorno lontano. Vale la pena vivere perché il futuro è salvo nello zilkkaròn.

Ancora di più per il cristiano per il quale il paradidomi, il consegnarsi di Gesù è divenuto salvezza per l’universo intero, una volta per tutte si è compiuto l’evento degli eventi: Dio non solo si è fatto uomo ma consegnandosi (tra-dendosi) nelle mani degli aguzzini, della storia ha vissuto la fine scegliendo la morte, che solo in forza di questo non è più l’ultima parola sul mondo e sull’uomo. “Fate questo in memoria di me” dunque non è un vuoto ricordo di eventi passati, ma un tradere che è accogliere per consegnare, nelle mani di chi viene dopo di noi, ciò che ci ha a sua volta consegnato (trà-dito) chi è venuto prima di noi.

Se riuscissimo a togliere dalle parole memoria e tradizione le incrostazioni di cui si sono ricoperte, scopriremmo uno splendore sconosciuto. Ci apparirebbero per quello che sono: un dono , una linfa di vita che viene da lontano, intatta perchéla fonte non può essere che pura; l’accoglieremmo non più come qualcosa da dimenticare ma come un’eredità da consegnare a chi viene dopo di noi, trasformata in noi col nostro stesso vivere .

Nulla più del linguaggio e della parola abbisognano oggi di un ricupero di senso nella memoria e nella tradizione. Dobbiamo guardarci dal recidere noi stessi dal tronco radicato nella storia. Il linguaggio, questo mistero che ci abita e che ci fa “portatori di parola”, viene da lontano, da quel primo suono il cui significato non può essere astratto dal gesto significante.(Merleau-Ponty). Non possiamo dimenticare che il gioco linguistico non è, in realtà, un gioco, ma veicolo di senso e di comunicazione di significati che, se superano e sovrastano l’uomo, tuttavia non lo schiacciano annullandolo, perché solo nella significanza una parola mantiene vivo il suo valore così come solo nella parola comunicata si mantiene vivo il valore dell’umano.

Alla poesia dobbiamo chiedere il coraggio di innovare e innovarsi senza cedere alla tentazione dell’oblio. Se è vero che non è possibile fare poesia manierista senza toglierle tutto il valore della creatività, dobbiamo ricordare però che la creazione ex-nihilo è cosa divina, mentre il nostro creare è possibile soltanto a partire da ciò che c’è già , da ciò che ci viene consegnato. Tradere e non tradire la parola è il compito del poeta, unico ancora capace di confrontarsi con il linguaggio a partire dal linguaggio stesso. Al poeta del terzo millennio il compito di non dimenticare quell’ “universo di sogni, desideri, aspirazioni” di cui ci parla Morin, che sono il filo sottile che ci lega al domani, al futuro, alla speranza che tutto questo non sia soltanto un circolo vizioso ma un disegno così pieno di senso che possiamo scoprirlo soltanto poco a poco, vivendo come chiasmi in cui s’incontrano, esplodendo in nuove parole, il passato e il futuro.

Così se anche un solo verso donato riuscisse a farsi memoriale vissuto d’esperienza e a rimanere nel cuore della memoria di chi legge, esso sarà un verso trasformato e trasformante, transustanziato e transustanziante nell’essenza di chi lo avrà donato e di chi lo avrà accolto come proprio e diverrà memoria viva.

Solo così la poesia potrà essere quell’evento trasformante il cui incontro non può e non deve lasciarci indifferenti, e soprattutto potrà essere quel luogo di ricupero di senso dell’umano vivere e dell’umano morire.

Elena F. Ricciardi