Poesia a Roma
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
Benedetto Croce diceva che “ogni poesia è una nuova lingua in creazione e che noi ricreiamo in noi” e a lui si univa Biagio Marin che negava legittimità all’aggettivo “dialettale” proprio perché quando si tratta di poesia ogni parola che si ascolta è una lingua nuova e straniera. Il concetto di linguaggio poetico come linguaggio autonomo, privo di intenti comunicativi ha percorso un po’ tutto il Novecento a partire in verità fin da Novalis a Poe che per primo teorizzò la priorità del momento linguistico. Passando poi per il formalismo russo e praghese degli anni Venti- Trenta a Jakobson che definì la funzione poetica come quella in cui l’accento è posto sul messaggio per se stesso. L’autoreferenzialità ha quindi portato, sul piano teorico, alla squalificazione della parola poetica come atto comunicativo. In Italia il sostenitore di queste tesi fu il Pascoli, tra l’altro è famosa la sua affermazione “la lingua della poesia è sempre una lingua morta”, eletto a nume tutelare dai dialettali del Novecento tra cui Pasolini. Ho voluto quindi inaugurare questo spazio dedicato alla poesia a Roma con Rosangela Zoppi che dalla poesia in lingua è passata al dialetto romano, dialetto che probabilmente meriterebbe un capitolo a parte. Non ricordo dove ho letto o sentito che la lingua romana è una lingua artificiale, forse riferito al fatto che Roma fin dalla sua nascita è stata un crocevia di genti e di culture e dunque di lingue diverse e in cui, per questo, è più incisivo e radicato il marchio di contaminazione che , comunque, appartiene a tutte le lingue. A questo punto non si può non citare la distinzione operata dal Pancrazi: “Una cosa è poesia in dialetto, una cosa è poesia dialettale. La poesia dialettale il suo nutrimento maggiore lo trova in atteggiamenti e sentimenti connessi al colore esterno e all’ambiente delle parole che usa; è più folclore che poesia. La poesia in dialetto invece non accetta il folclore e al dialetto chiede soltanto l’espressione e il suono, la qualità intima che si richiede a ogni altra lingua”. Si è detto molto dei limiti del dialetto, di quello che in dialetto non si può dire, ma leggendo le poesie di Rosangela Zoppi si avverte che il romanesco è un dialetto meno vincolato e vincolante (Pascarella disse che “esso è la stessa lingua italiana pronunciata differentemente”). Nelle poesie di Rosangela il respiro è ampio anche quando racconta della quotidianità, proprio perché le cose, gli oggetti rimandano sempre ad altro e se il dialetto ci lega a un luogo, a una città, a Roma appunto, quello che in dialetto dice sconfina nell’universale divenendo quasi un dialetto apolide. Vorrei concludere queste mie brevi note con una considerazione d’obbligo e lo faccio prendendo spunto da un verso di Ignazio Buttitta che dice: “chitarra du dialettu/ ca perdi na corda lu jornu”, verso che, purtroppo, mi sembra oggi quanto mai calzante anche a proposito dell’italiano che necessita di una nuova italianizzazione e questo compito credo che in primis spetti proprio ai poeti.
Lucianna Argentino
Rosangela Zoppi è nata a Roma il 6 settembre 1946. Laureata in Scienze Politiche all’Università di Padova, ha lavorato alla RAI, alla società Telespazio e ha insegnato inglese, per un breve periodo, presso l’Istituto Professionale di Stato “Francesco Ferrara” di Roma.
Da molti anni si dedica alla poesia, nel cui ambito ha vinto numerosi premi e ottenuto riconoscimenti. Sue liriche sono state pubblicate su varie riviste e antologie nazionali e internazionali (La Procellaria, Antologia Pometina, Poeti d’Europa, La Voce, Menabò, Dialogo, AZ, Pomezia Notizie, Annales de l’Académie del Lettres et des Arts du Périgord, Il Croco, International Poetry, ecc.)
Ha pubblicato cinque raccolte di poesie in lingua italiana.
A fine anni Novanta ha scoperto il dialetto romanesco come “cara lingua del padre” e, dopo averne approfondito la conoscenza, lo ha scelto come più immediato ed efficace strumento di espressione poetica.
Vincitrice delle edizioni 2000, 2002, 2003 del Premio Nazionale G. G. Belli (sezione dialetto) e dell’edizione 2001 del Premio Laurentum, è stata eletta, nel dicembre 2003, “Poeta Romanesco dell’anno”, con cerimonia svoltasi in Campidoglio, alla presenza di personaggi della cultura e dello spettacolo.
Tre le raccolte pubblicate in dialetto: Mo ch’er primo cartoccio l’ho vòtato; Neve marzarola; Framezzo ar maruame.
Er sole cala (da: “Mo ch’er primo cartoccio l’ho vòtato”)
Er sole cala e indora er Palatino,
fa capoccella dietro ar Campidojo,
tigne de rosso tutto l’Aventino,
che pare un quadro pitturato a ojo.
Framezzo all’archi, drent’ar Colosseo,
se diverte a ruzzà a nisconnarella,
doppo lo trovi a fatte marameo
sopr’a la chiesa de la Navicella.
Se specchia drent’a Fiume eppoi debbotto
se viè a piazzà davanti a casa mia:
m’imporpora accosì tutt’er salotto
come si fusse un’opra de maggìa.
Slonga l’urtimi razzi come mano
p’abbraccicasse er Quirinale e er Foro
e, mentre bacia er Pincio e er Vaticano,
pare auguraje a tutti: “Sogni d’oro!”
Er pozzo (Da: “Neve marzarola”)
Calo er secchio ner pozzo der passato:
ciò voja d’aggustamme la freschezza
de un po’ de giovinezza,
de parole scordate,
de strilli, de risate.
Vojo giocà a campana, a mazzarocca,
inzinenta ch’er secchio nun trabbocca.
Vojo la cerbottana,
la pupazza de lana,
quella de cartapista e er trapezzista
che gira attorno all’asta.
Ma nun m’abbasta: vojo una catasta
de baci scrocchiarelli
e nonna Rosa accosto a li fornelli
che canta li stornelli,
a son de battilonta e mezzaluna.
Mentre mamma ariduna
li pupi e fa la conta
p’apparecchià la tavola,
er secchio sale e la girella sgnavola.
E tata, co zi’ Annita e zi’ Adelina,
se ne stanno in cucina a chiacchierà:
‘no sbarbajo de sole
j’allustra le parole,
le fa sbrilluccicà.
Ma propio mo ch’er secchio è riassommato
m’accorgo ch’è bucato
e da ogni buco sorte
un fiotto d’acqua dar color de morte.
Che vò sta mano? (Da: “Framezzo ar maruame”)
Che vò sta mano aperta,
che, come una farfalla,
me se posa leggera su la spalla,
adesso che fa sera?
Luce anniscosta
(A Biagio Marin)
Luce anniscosta,
che ne l’arazzo d’ombre aricamato
dar tempo e dar destino
nun trovi una fessura.
M’abbasterebbe giusto una sperella,
sortanto la fiammella d’un lumino,
pe seguità er cammino a la sicura.
Nun lo dico più
No, nun lo dico più, tata, lo giuro,
che sto dialetto che m’hai dato tu,
come perzica acerba, allappa in bocca
e che tocca levasselo de torno,
giorno pe giorno
strappasselo dar còre,
perché l’erba cattiva guasta er prato.
Lo so, lo so, ho sbajato:
er parlà nostro, così asciutto e duro,
è dorce come un frutto
che s’è fatto maturo su la pianta.
Nun me puncica più come una spilla
e m’incanta, ner dilla, ogni parola,
o ner sentilla,
come incantava a te.
Ma mo che finarmente
te posso dà raggione,
er tempo me la nega l’occasione.
Se piazza accapallètto (1) e, scompiacente,
me dice a brutto muso: “Stai in ritardo!”
E allora sto dialetto,
parola pe parola,
me s’arintorza (2)come un cardo in gola.
La canoffiena (3)
Abbasta er venticello d’un ricordo,
appena un filo d’aria der passato,
e subbito aripija movimento
la vecchia canoffiena de la vita,
scontorta e aruzzonita,
che co un lamento sordo
m’arinfaccia le cose che ho scordato
(1) accapallètto, a capo del letto; (2)s’arintorza, s’incastra; (3)canoffiena, altalena.