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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Scuola di Poesia 1

Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007

Questo Messaggio vola
A Mani che non vedo –
Per il Suo amore – dolci
Fratelli – giudicateMi –
Voi con indulgenza.
EMILY DICKINSON

Questa prima lettera è scritta in un internet point genovese, di corsa, come se parlassi. E in realtà parlo: non ad un pubblico generico – al quale si offre una professionalità più o meno efficace -, ma all’amico più importante, o alla persona più cara, o ad una persona con cui c’è l’ urgenza di comunicare. Ecco: URGENZA. E da parte mia: FIATO SUL COLLO; perciò correre. Dunque scriverò male e non da letterato.

L’insegnante di una “scuola di poesia” dovrebbe stare sempre in ginocchio davanti ai suoi allievi oppure mantenere un sorriso irremovibile, di calma e di pietà verso se stesso. Il suo insegnamento sarà sempre esposto a sbagli di direzione: sia se fosse solo sentimentale (anche se la poesia è opera interiore, prima di tutto; ma troppo sentimento, da solo, genera un’ingenuità di cui il mondo ride) sia se fosse solo tecnico (la tecnica, da sola, è gelida; ed è immorale, a meno che non serva ad usi puramente goliardici; che però sono vuoti, oltre il momento della prima risata). Per insegnare, non ho fatto altro che scrivere alcuni libri, su vari fronti. Eppure: questi stessi libri possono apparire ad alcuni, legittimamente, molto riusciti; e ad altri, sempre legittimamente, brutti, inutili e bugiardi. Eppure io sono la stessa persona. E questo significherà due cose, fondamentali: la prima è che l’odio e l’ammirazione riguardano la psicologia e non l’opera; la seconda, che la mia docenza (in ginocchio e con il sorriso) si basa su un patto di amicizia: ho fiducia nei miei lettori, che non conosco, e i miei lettori hanno fiducia in chi non conoscono. Finita la fiducia, si chiude il libro e si elimina il link della mia presenza; in questo caso, mio fallimento.

Per decenza, è necessario che quei libri assomiglino all’uomo interiore. E non devo dire nulla a cui non creda: in caso contrario, avrei tradìto l’amore, fin dalla prima mossa. Tutto deve essere unito, il più possibile: né il riso senza riflessione, né la riflessione senza l’ironia, né l’amore come pura posa, né le pose del corpo e della parola, inevitabili, senza la garanzia che siano, comunque, giuste o imperfette, una (forma di) vita. Da qui in poi si può iniziare, con lealtà.

(16 ottobre 2006, dalle 18.10 alle 18.59)