Scuola di Poesia 2
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
Elena F. Ricciardi
Siamo chiamati, tutti, ad un incontro etico: come portatori di opinioni, che in quanto tali non sono la verità, e come peccatori (dal punto di vista della fede, se siamo credenti). Questo dovrebbe scatenare, sùbito e sempre, il timore di ferire e la necessità di comprendere. Invece l’ambiente dei letterati (il mio, il tuo, il nostro ambiente) ama praticare un gioco del massacro – persone contro persone e scuole contro scuole – che non porta da nessuna parte e che sta per finire. Ottocento anni di letteratura italiana insegnano qualcosa, a chi vuole. Basta poco per immaginare centinaia di persone COME NOI: i cui nomi sono perduti, anche quando hanno pubblicato con “editori di rilievo nazionale”, solo cento anni fa o meno. E sarebbe ingenuo credere che il loro oblio derivi tutto e sempre dalla cattiveria umana e dall’invidia dei colleghi. Il fatto è che alcune cose naufragano, presto e per necessità: ciò che è nato per pura imitazione di uno stile o di un maestro (il petrarchismo, i carducciani); ciò che si è compromesso di più con la retorica politica in quanto tale (Virgilio è politico, ma non formula manifesti politici come il Futurismo; i lodatori di un’ideologia o di una casa regnante sono scomparsi con quell’ideologia, quei re, e con la rispettiva retorica: ché altro non c’era); ciò che, in genere, non serve il presente e il futuro e gli uomini conosciuti e sconosciuti, ma serve solo qui e ora, e muore qui e ora. Dovremmo leggere e scrivere sempre con il pensiero della marginalità e della polvere; oppure: riconoscere con umiltà che stiamo scrivendo per esaudire un giusto bisogno di esprimerci, di dichiarare odio e amore, ma che probabilmente non stiamo nell’arte (e che crediamo troppo a noi stessi, alle nostre idee e alle nostre posizioni per credere a chiunque altro: anche se è uomo o donna come noi). Consiglierei questo, a me e a tutti: dobbiamo essere archeologi, monaci, bambini, e tutto nello stesso tempo.
Elena ci regala due poesie. La prima è molto musicale, ma sembra un ragionamento filosofico versificato (lo dimostra anche un’espressione, troppo drastica, come “regno dell’ab-surdum”): cioè qualcosa che forse non è necessario, di per sé, esprimere in una poesia («Un fiume corre precipitoso, sacro, inattingibile / Corre precipitoso, / Verso gli abissi oscuri, sotto terra. / A dispetto di noi del nostro mondo / Sia che vogliamo o che non lo vogliamo / Esso rimbalza si rovescia e scorre»). Ma la seconda poesia è libera dalla gabbia di un pensiero già pronto, e non usa l’allegoria (il fiume) come la prima. Qui Elena si alza verso una dignità pulita e dolce, parlando di sé come IO, con un testo che rinuncia all’enfasi e che ci riguarda tutti. L’unica parte debole è la fine, con la rima baciata (scroscìo : mio), che rende troppo facile una zona importantissima come la conclusione. Perché non chiamare semplicemente “rumore” il suono dell’acqua? Ma la rima vuole indicare che “scroscìo” e “io” si uniscono, nella sensibilità di Elena (la parentela fonica è soprattutto una parentela di significati, in chi scrive poesia); e da questo punto di vista ha la sua giustificazione individuale, che però si interrompe nella sensibilità di chi non è Elena. Più vado avanti, più mi rendo conto che in una poesia, di qualsiasi livello, c’è, quasi sempre, troppo di tutto (troppo senso, troppo suono, troppe allusioni, ecc.) per ridurla ad una sola spiegazione e ad una sola regola. Esiste solo una specie di gusto comune, che coglie le dissonanze; e quindi le segnalo come dissonanze. Eppure: mai – MAI, spero – con il rictus professorale di chi dice: questo non va bene, questo non si deve. Solo ciò che non è necessario (a tutti, in tutto il tempo umano, e affonda appena pronunciato) non va bene. Vivete felici!
Massimo Sannelli
Testimonio di me del mio domani.
Incerta come ieri io cerco un nome.
Riconoscermi dentro un suono
Solo Sapere quella nota
Quell’accordo che si chiama IO.
Vado nel bosco, senza mani
In cerca della fonte
Forse nell’acqua, dentro il suo scroscìo
Si cela quel segreto solo mio.
(21 ottobre 2006, dalle 17.54 alle 19.03)