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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Scuola di Poesia 4

Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007

Non è necessario che una “scuola di poesia” abbia sempre un oggetto-testo. Dunque il quinto passo non ha un oggetto visibile e si sforza di essere più generale: sempre sotto-tono, come parlando (e come parlando a chi, tra gli amici, è l’amico più caro). Oggi vorrei che l’argomento non fosse la poesia di lui o di lei, ma la poesia stessa.
In primo luogo: chi ha bisogno di poesia? Tutti (lo dico senza enfasi: veramente tutti; lo sa chi abbia tentato di portare, con il proprio corpo e la propria voce, la poesia nelle scuole, tra i bambini). Chi sa di averne bisogno? Quasi nessuno. E i poeti hanno bisogno della poesia DI ALTRI? A volte no: i poeti non hanno bisogno della poesia di altri; e spesso creano situazioni un po’ comiche e un po’ dolorose: come quando dimostrano un cuore grande, e grandi maiuscole doverose (Dio, Amore, Poesia) e ostentano curricula in cui devono apparire le frasi “ha ottenuto significativi riconoscimenti”, “sulla sua poesia hanno scritto…”. E io? Il mio comportamento non è migliore: la mia biografia pubblica si riduce ad un elenco di opere, e ne ho teorizzato anche la trasformazione in un “secondo corpo” (ho detto così!) alternativo al mio, e forse migliore del mio. Non sono un mistico, e non posso essere altro che un lettore (innamorato) di testi mistici; ma se dicessi “io sono un mistico” cadrei nel ridicolo. Nessuno può DIRE questa frase: farlo è come nominare il silenzio in un luogo silenzioso: appena nominato, il silenzio finisce. Se ho parlato di secondo corpo, puramente letterario (ma non senza sangue, spero), è quasi per un lutto: per una quantità di amore che non si è ancora incanalata ed espressa intera, se non scrivendo (e insegnando, a volte). E’ il mio dolore più grande (insieme ad un altro, che non dico): lo può capire chi ha sofferto sentendo dire la frase “siamo SOLO amici”, come se l’amicizia fosse poca cosa e come se il cuore avesse gradazioni di temperatura. A volte càpita di leggere poesia in pubblico, tra amici, e questi amici sono gli stessi che dividono con il “frate asino” un po’ di cibo, e soprattutto la loro luce; poi il frate riparte, e sente solo buio; e allora invoca (spesso di notte, nello scompartimento del treno): ancora luce, ancora luce… La vita ha certamente dolori più grandi; ma neanche questo è piccolo, soprattutto se chi ne soffre voleva vivere proprio di ciò che gli manca. Quando teorizzo, sembro universale; invece teorizzo a partire da una mia difficoltà privata.
Voglio dire: ognuno di noi tende a trasformare in idee e princìpi assoluti la sua volontà personale di rivalsa o il suo desiderio più segreto. Chi vuole visibilità, la cercherà (rivendicando i “significativi riconoscimenti” e le povere lettere di approvazione di poeti importanti, o solo più visibili di lui); chi vuole silenzio e sonno (non per pigrizia, ma perché, davvero, a volte, e ogni giorno, non ce la fa) sogna di essere rappresentato da chi saprebbe dire e fare meglio di lui. Dunque vi ho confessato il mio timore dell’ideologia e dell’idolatria. Abbiamo certamente il diritto di imparare dalle nostre esperienze, e anche di comunicarle, perché sono la vera vita di persone vere e vive; ma credo che non si abbia il diritto di costruire sistemi a partire dalla propria esperienza, e facendo finta che si tratti di sistemi universali. Giustamente Simone Weil, in Venezia salva, ha definito il tiranno come colui che impone i propri sogni agli altri: chi lo fa, diminuisce la quantità di realtà del mondo; anzi lo ribattezza violentemente con il proprio nome. Attenzione a non diventare tiranni!
Non è un caso che la maggior parte della poesia italiana di oggi sia così tranquillamente priva di musica, come prosa tagliata a forza in versi. L’abbandono dei suoni è il segno di un fatto grave: dalla rinuncia alla poesia alla decisione di fare PRATICA DELLA POESIA. Dimentichiamo che la poesia è in primo luogo uno stile di pensiero; e cadiamo anche nell’illusione per cui nominare il frigorifero e il sesso significa essere realisti e “nelle cose”, mentre nominare il vuoto o la mente è finzione o irrealtà. Molti di noi hanno questa strana urgenza: rifiutare qualsiasi tipo di annuncio, tradurre la propria vita (i particolari più grigi, in particolare) in versi, rendere acerba (e ideologica) la relazione tra il corpo e gli oggetti; e non cantare, non suonare, non urlare, non sospirare, non fischiare, non salmodiare (e non trascendersi in un atto oltre me, oltre il corpo, oltre lo squallore…). Anche la lettura pubblica di molti di noi è oscura o grigia, terribilmente sintonizzata sulla mancanza di musica del testo. A chi vuole, vorrei suggerire l’ascolto di Impromptu nella viva voce di Amelia Rosselli: voce assolutamente non impostata, con un forte accento inglese e la R moscia; l’italiano ne esce massacrato e straniato: eppure dice TUTTO e meglio – ovviamente – di me. Perché Amelia, lì, non parla più per se stessa. In caso contrario, avrebbe taciuto.
Infine. Sono sempre convinto che la vita non si esaurisca in questo tempo. Parlo del futuro umano, cioè di chi verrà dopo di noi: anche solo per decenza, e perché ciò che è scritto è scritto, non dovremmo mai offrire spettacoli inverecondi come quelli che ora infiammano venticinque autori di poesia in qualche arena poetica. Ad esempio, ho sotto gli occhi una miscellanea sulla “letteratura infantile e giovanile”, pubblicata nel 1939: nella quale un poeta, famosissimo, non ha vergogna di mettere sullo stesso piano “la Fede in Dio e nel Divino” e l’“affettuosa devozione” alla dittatura. Il libro sparisce dalla storia, ma un lettore – in questo caso io – c’è ancora; e il lettore sa che cosa pensare, anche se non giudica.
Venticinque autori senza lettori, evidentemente: e basterebbe questa piccola tragedia – la loro poesia non è né richiesta né desiderata – ad abbassare a tutti, me compreso, l’orgoglio. Senza contare quello che se ne penserà nel 2073! E vivete felici.

massimo sannelli

9 novembre 2006 (dalle 8.14 alle 10.01)