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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Simone Lago 2

Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007

E’ difficile fare un discorso attorno alla sostanza della poesia senza rimetterci del proprio, senza giocarsi la prima persona. Testi illustri mi hanno preceduto, hanno fornito chiavi di lettura e d’interpretazione che spaziavano dall’universale al contingente sociale, dalla dimensione ctonia a quella spirituale e ascetica e altro, tanto altro da abbracciare quasi tutto il campo del dicibile.

E allora, se mi è concesso, io dirò cos’è la poesia “per me”, lasciando un attimo da parte gli strumenti di analisi che mi sono spesso portato appresso anche in questo luogo. Dicevo in una mail a Davide Nota che ho sempre avuto l’impressione di scrivere poesia (o di tentare di farlo) perché questa è l’unica cosa che non ho avuto dai miei genitori. Volgarmente e banalmente credo che ciò che “facciamo”, non necessariamente inteso in termini lavorativi, bensì come opera in cui ci proiettiamo con le nostre speranze ed attese, sia lo spazio in cui cerchiamo con tutte le nostre forze il simulacro della nostra identità. E la realizzazione di sé deve avvenire al di fuori dell’ambito del “dato”, del “concesso”; deve inscenarsi quel parricidio simbolico di cui parla Freud a proposito delle culture totemiche. Serve uno scatto ulteriore in avanti, fare meglio del padre, superare il maestro, o di converso, rifiutarne in toto la strada, deragliare e rifondarsi su nuove tavole dei valori o ripescarne di antiche e abbandonate (e mi viene in mente l’odissea dei padri pellegrini). Per questo motivo mi scattano i nervi quando ai giovani vien detto “fortunati voi che avete avuto tutto”, quando invece è questo tutto che (ci) sbarra la strada già alla nascita. E’ venuto meno il desiderio di realizzazione economica, è venuto meno il desiderio di realizzazione familiare in quanto è sparita la funzione di mutuo sostentamento del matrimonio, è venuta meno la fede nel momento in cui il sacrificio si è privato del sacro e si è ridotto a facio. Si è accettato il sacrificio delle domande esistenziali per permettere la messa in cantiere di feticci che rispondessero alla richiesta di identificazione. E così guardo questa casa e vedo mio padre e suo padre, guardo questo portatile, il cibo che ingoio, le macchie sui vestiti, le fibre di polietilene, i libri su cui studio, e vedo le medesime facce. E poi ci parlo con mio padre e scopro che le angosce che mi stringono la gola sono solo mie e a lui aliene, da sempre.

E allora mi sa che la poesia è un po’ strumento del nostro titanismo, le parole le nostre case che forse resisteranno il tempo di qualche generazione, inutili come ogni maceria che resiste.

A volte ho invidiato il soldato all’assalto all’arma bianca e la scena perfetta per l’esecuzione del suo destino; la nostra non-scena è il rumore di fondo assordante delle pubblicità, della chiacchiera vuota, dello scandalo pruriginoso, dal quale tentiamo di emergere con un urlo ordinato, con l’eco di una nuova creazione. La paura di morire nell’indistinto delle voci, la remora che ci spinge a parlar chiaro e forte, pena il senso di colpa per aver accresciuto la soglia del rumore, sono i reagenti della più giovane poesia.

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