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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Simone Lago

Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007

Simone Lago,le eruzioni, la coscienza, il tempo del qui e ora.

Mattino, meriggio e sera. Queste sono le tre fasi temporale in cui sembra svolgersi la coerente e poliedrica silloge che Simone Lago titola “Eruzioni di coscienza” e che ha per dimensione temporale solo apparentemente lo svolgersi di una giornata bensì una intera generazione. Balzando con tono da Proust alla playstation, dall’Havana e Cola al mito di Orlando, dai personaggi da telefilm o cartoni animati alla politica estera arrivando a Sagan, all’abito firmato piuttosto che alla serata in discoteca, citando nel frattempo De Angelis e – se ho ben riconosciuto – anche Michael Ende, ci si svela un universo microcosmo osservato col lentino di ingrandimento di un singolo che diviene composito unendosi al contempo in pluralità. E’ la rappresentazione non solo della singolarità percettiva delle geografie del contemporaneo di cui siamo intrisi nostro malgrado (status quo) ma dell’elaborazione culturale per mezzo della quale elementi a prima vista discordanti si fondono creando un fluxus quo mutante e rivalutante.

La dissacrazione nel vedere allora Proust, incarnantosi in una genesi irreale, cioè di personaggio di carta (inventato) che diviene umano (in sogno), quindi vivo, (nella realtà percepita) che ritorna personaggio di carta in una terza veste, quella di questa silloge (quindi plausibilmente vero, ma di una verità “terza”) che copula con l’ipotetica ex-compagna dell’io scrivente (accadimento che viene evocato dal ripercorrere un sogno nei primi istanti della veglia) ha il medesimo valore di quel trait-d’union che lega la citazione di Armstrong – che posa il primo piede sulla luna – con l’autore in procinto di alzarsi dal letto, con un torpore ed una risonanza d’intenzioni latenti che credo non a caso riporti ad Oblomov. La fumettatura con cui l’universo-personalità del protagonista ci si rivela diviene una sorta di tratteggio kafkiano dove il protagonista stesso viene posto in secondo piano per la puntuale apparizione di elementi che compongono l’universo circostante e che, ritenute appendici, sono invece la misura del tempo in cui l’esistenza accade, un qui e ora quasi fantascientifico, una dimensione parallela in cui fonde la realtà con l’immaginario.

E’ però tutto cosi materialmente umano, cosi vulnerabile, cosi fermo nelle posizioni vacue in cui cade: è la rappresentazione dell’io totale, quella somma di incertezze e cadenze che formano la persona. Ancora: è la rappresentazione della generazione che filtra tutto e assorbe, che s’imbeve d’imput divenendo egli stessa imput di un disegno che – cercando un analogia con anche la silloge – è fatta di miliardi di pixel. E’ la texture che ci si palesa, con insieme il particolare minutissimo.

Simone lo sa, sa di essere parte di un’unità immane di cui abita solo una parte forse nemmeno portante: lui è quella parte che insieme a miliardi di altre parti simili e mai uguali compone la visione. E lo dice, in chiusura (chiude infatti la silloge il testo “Sunto forse di speranza e in altri termini”), con visionarietà lucidissima, con un linguaggio insieme a-la Blade Runner e poeticamente compiuto: l’impronta del mio volto a tua immagine nell’aria/ affinché tu possa dire di aver visto, prima della notte,/ per un istante una forma a te sorella/ ma nient’affatto uguale.

Appunto. Simile e niente affatto uguale. Unico, perciò.

Fabiano Alborghetti

Eruzioni di coscienza

di

Simone Lago

I – Mattino

E’ già un esperimento sadico svegliarsi

un mattino d’agosto, sui ventotto gradi in camera,

prendere le proprie membra come Proust e farle

aderire lungo i muri della stanza e misurare, capire

che c’è del margine ancora entro i limiti del mondo,

che insomma

con qualche nostra amputazione lo potremmo

ritenere dalla parte del design

una struttura piuttosto ergonomica (però

dalle fattezze alquanto postmoderne

tipo l’uomo vitruviano inscritto

con un taglio di stampo picassiano).

Ma il caldo è un’ esegesi superficiale dello stare

in quanto asporta e sublima le paure

in qualche grammo d’acqua e minerali;

e pure è sciocco pensare di potersi

immaginare immersi nel tepore di un mattino di Combray

e trovare un filo d’ideazione che colleghi

i plausibili margini dei perché.

Perché la noia non guarda in faccia la stagione

e per birre e Havana-Cola fa smarrire

ogni proposito di studio e anagogia della Recherche:

così alla fine dell’estate mi ritrovo con lo stesso

vizio di filtrare tutto in soggettiva non giungendo

all’ideazione di alcunché,

scambiando nobili discorsi attorno al tempo

in sermoni sul concetto empirico di spazio.

Starci quindi è la parola, magari in una stanza

con bottiglie vuote al pavimento e alcool

nelle vene che sega e muta il corpo in membra lasse

inserite a forza in crepe di uno specchio frantumato

grande quanto il pavimento, le pareti, il mio paese incarognito.

Starci è pure la parola degli amori estemporanei

quando azzanni tutto in una volta e poi ne scordi pure il nome

e s’installano in testa emozioni mai provate

ma soltanto vagheggiate.

Starci è infine studiare e sopravvivere, prendere

30 gocce di ansiolitico, camminare a piedi nudi lungo

i binari dei distretti industriali, a capo chino pensando

ai libri, alle possibili risposte e al loro peso

francamente insostenibile.

E allora penso che per vie traverse

gli atenei giochino un ruolo chiave

nella formazione di mentalità piuttosto sagge

che osservi qualche volta passeggiare per paesaggi

suburbani con lo sguardo sollevato alle camere

di videosorveglianza.

***

Quanto sopra è germogliato dopo un sogno mal gestito

in cui Marcel faceva sesso assieme alla mia ex

e m’apparivano avvinghiati come koala, appesi

allo spigolo lungo della stanza.

E allora lì

mi son posto il problema delle membra,

della loro dimensione e del rapporto

con tutte le funzioni misurabili del mondo

in cui, come ribadito, stiamo dentro pur

con qualche insuperabile approssimazione.

Per quanto concerne invece il tempo, il sogno

ha intuito la ragione della fissa di Marcel

per l’idea di durata nel suo spazio psicologico

mostrando il volto di Desy (la mia ex) che appariva

piuttosto contrariato.

***

Ma è mattino ed è pur sempre tempo di novità.

Anche se in realtà è quasi mezzogiorno e il sonno

è la porta che permette l’accesso a un nuovo

livello di difficoltà;

a dirla tutta però si è ben lontani dalla cappa

di terrore e mistero di un videogioco tipo Doom:

qui no, al massimo è la bocca della Rex

che si azzanna qualche braga in jeans e il più

della tensione la si scioglie nel frugare fra le tasche

che per caso non ci resti qualche cent

o qualche carta buona per le cicche.

La prima mossa in questo ambiente alieno

è scegliere con quale piede scendere dal letto,

fosse anche

solo scaramanzia oppure il gesto responsabile

di un pazzo che con l’arnese preferito tasta

il suolo e coglie un cenno d’esistenza,

sua e della terra che lo sostiene.

(Credo pure Armstrong fosse in preda

ai medesimi spasmi d’incertezza; e poi d’un tratto -forse-

scorse l’ampolla col senno di Orlando

e piantò la bandiera americana.)

E così mi decido col sinistro, e fatto un passo,

indossate le ciabatte, mi accorgo come il giorno

presenti la medesima texture[1] del precedente:

qualche libro da diporto sul tappeto, una foto

-dentro un’orribile cornice tipo bomboniera-

che mi ritrae nell’atto sacro dell’ingoio

di un’ostia dal sapore di loacker, un PC

vecchio stampo con monitor marchiato Sampo

che benedice di elettroni bulbo e retina.

E a proposito di tecnologie vorrei tanto

si realizzasse un giorno uno strumento che non fosse

legato intimamente alle grandezze empiriche.

Per esempio al mio risveglio gradirei che il senso

di disagio fosse misurato e proiettato sul soffitto

a mo’ di quelle sveglie dell’Oregon Scientific

in modo da potermi organizzare la giornata, tipo

prendere appuntamento da Brugnaro per il rinnovo

dell’EN nel caso fossi fortemente impanicato, oppure

viceversa, se m’apparisse bella tonda una faccina sorridente,

aver coscienza di poter passare la giornata al parco

dando granturco ai piccioni in accordo al sufficiente

livello di benessere.

***

Ma la somiglianza delle forme inganna e il primo

segno di una giornata tutta in salita sta

nella propria immagine che corre all’impazzata

dal più profondo dello specchio; qui

si prova il senso di Narciso in un mese di siccità

nella figura intorbidita dagli umori della notte.

E più s’accalcano le situazioni irrisolte più si sperde

il fenotipo, più mutano i geni e si moltiplicano

a dismisura i tratti di genesi sociale. E si fanno

sulla fronte, sullo slargo dei capelli, dentro ai solchi,

avanti le reclame di prodotti leviganti e vedo Ken

che mi sorride e fa sci nautico e mi propone

un dopobarba al botox capace di darmi

sorrisi a profusione.

In questi istanti di sconcerto vorrei chiamare chi m’ha fatto

nella forma dopante di mia madre e chiedere se

la sequenza Triangolo-Quadrato-X-Giù[2] funzioni ancora

come mossa speciale per far fronte ai momenti

di dubbio esistenziale.

II – Meriggio

(E’ per infondere voglie alle donne

che il Signore si nasconde?

Si fa grande il desiderio nelle stanze,

le più oscure e disastrate)

Un pranzo in solitaria, la TV, ed ecco

che si rinnova il rito della comunione col mondo.

Sorveglio Studio Aperto e comparo le mie noie

con i fumi e gli occhi bassi di Ramallah, e attendo

la remissione delle colpe, un rapido sollievo

da qualche donna nuda che professi

la propria fedeltà alla linea di Al-Quds, ossia,

jeans senza veli e funzione push-up.

(per info: www.alqudsjeans.com)

Gerusalemme la Santa si veste in tentazione occidentale

e il tiggì allora infonde un non so che di rassicurante

e narra la vicenda di Sufjana, amabile egiziana:

col suo sposo Mohammad ha da poco avuto un figlio

ma per qualche turbe strana lei non vuole abbandonare

la clinica di Padova.

Ma il primario allegro afferma che non deve

affatto preoccuparsi, che trattasi soltanto

di depressione post-parto, un primo segnale

di perfetta integrazione sociale.

***

-ma dalla precauzione

sta nascendo un grido-

Milo De Angelis

Nell’ora sacra della siesta suona il marocchino

al campanello e un po’ bestemmio perché lo so

che è quel ragazzino tutto secco col borsone,

scaricato alle sette del mattino dal furgone

che fino a sera è tanto se si beve una lattina

di coca e si rimpinza lo stomaco di Fiesta;

mi fa una pena tanto misera che quasi più non sento

il bisogno di provarla, e poi quel giorno di settembre

a una cena in canonica col prete ho imparato

che il sospetto non è una forma di peccato.

Ma lui sta sempre sotto il sole e ad ogni

tornata del quartiere gli si segna il labbro

di una traccia nuova di secchezza, tanto che

il tizio del furgone lo controlla come gli anni

sul ceppo di un ontano.

Io però m’attengo

alla profilassi e non gli apro e anzi

filo in bagno a risciacquarmi e guardo

sotto gli occhi, ai lati della bocca, il collo,

che per caso non mi sia spuntata invece

una qualche nuova grinza nonostante

tutto l’esercizio volto a debellare

ogni sorriso, ogni espressione deturpante.

Prevenire, prevenire è il nuovo motto e se possibile

comprarsi un nuovo loculo per tempo che per caso

non nasca un figlio malformato e che non muoia

troppo in fretta dando attimi di stress fuori portata

delle dosi standard di antipanico.

Prevenire, prevenire rinnovando se possibile

il mito della giovane morte idealizzata con la pelle

soda e liscia da ventenne imbellettato, noi,

mentre qualcun altro si prepara per davvero

e non si cura se il brandello avrà più o meno

il segno dei diciotto o dei ventanni.

Prevenire, prevenire il terrorismo e tuttalpiù

si prevede che qualcuno avrà il suo onore

appiccicato al marmo e la famiglia la medaglia

di un qualche bel colore.

Ma l’importante è stare bene, presentarsi

con una bella cera l’ora della nostra morte.

***

Il cane graffia rabbioso il portoncino, vuole uscire: io

mi travesto da buon pastore e gli concedo un po’

di libertà al guinzaglio riavvolgibile. Giù

per strada incontro Andrea, un tipo ateo e di sinistra

tutto incazzato per quella nuova strage in Iraq.

Il cane incalza, Andrea pure e mi fa:

“Ho come l’impressione ci ritroveremo, guarda,

nel giro d’anni o forse lustri,

con un prefisso “neo” appiccicato

al collo dell’idea di medioevo.

E me li vedo lì,

buoni padroni, dottori e opinionisti menarla

quest’idea al guinzaglio, farla pisciare

sopra la carta di giornale, di fianco

al box della TV satellitare.

Spanderanno parole sull’alzata dei barbari,

dati alla mano dimostreranno che gli arabi

non sono giunti a cavallo per miglia:

gli ipertesti di History Channel – in sei puntate- diranno

celate invasioni, colate per bus e metrò sfrigolando.

Si leveranno nostradami in coro, e da destra

a manca scriveranno Londra e New York

come le nuove Gog e Magog;

ma si confuterà la bibbia con norme preventive,

si calcherà la mano attorno al mito

del purgatorio e dei suoi gorghi [3]

e di chi osò schiantare le due torri.

E torneranno per strade i lupi e le volpi,

le cicogne sui camini vaticani, campagne

frumento per miti pagani, la pioggia

la mano che veglia

sui vivi e sui morti.”

***

Andrea una volta predicava in strada la fine

del mondo, la venuta degli alieni, un nuovo corso

e si portava appresso enormi cartelloni con versetti

dal vecchio testamento o citazioni da Carl Sagan;

amava definirsi “colui che parla forte senza nulla dire”

ché s’immedesimava nella gente al frenetico passaggio

davanti al suo megafono, disturbata al cellulare.

Qualche anno fa lo presero e di lui si seppe nulla

fin quando non riapparve nella nuova

veste nichilista.

***

Il mio cane scodinzola, annusa il culo al suo cane-guida;

uno strattone, un veloce saluto e ad ognuno la sua strada.

III – Sera (o presagio d’incoscienza notturna)

A ogni quotidiano ritorno dalle strade attraverso

immutabili ordigni e strumenti di orientamento

vedo vetrine Sisley, sedi di partito, la vecchia chiesa,

i grandi nomi delle vie, e potrei contare

giorno dopo giorno ogni passo e scoprirlo uguale

per mesi o anni, o se avessi la mano di Grissom,[4]

col gesso fare il segno inalienabile alle orme

del mio cammino.

Agli occhi del profiler apparirei un serial-walker

capace di coazioni imbarazzanti all’interno di una traccia

tutta mentale ma dalle precise rispondenze oggettive,

per esempio scrutare il calendario e riconoscere fra i santi

i nomi a me più familiari, parenti preferibilmente,

e fare il gioco quello scemo di unire i punti e tirar fuori

una mappa del mio stare come prodotto della storia.

Ma scoprire con triste meraviglia che tutti i punti sono punti

morti che portano visioni genealogiche, esperienze di vissuto

e rivissuto; tipo oggi in via del Santo dove ho visto Donatello

studiare un modo per far compiere a un cavallo acrobazie

tipo Ronaldo palla al piede sopportando il peso di Erasmo

Da Narni[5], constatando amaramente come la mia linea patriarcale

non conti un antenato con la spiccata propensione

all’arte e le sue forme, senza contare altre visioni

a-storiche e difformi, tramandate dai miei avi tuttalpiù

in allucinazioni per sentito dire.

***

Nell’ora della cena penso a questo appartamento,

alla cucina in cui mi siedo e vado, con l’umore sottile,

inquinante come il velo di formica che ricopre la mobilia

e quest’odore di ‘60, di bei corredi e averi, e il pavimento

con tante fughe quante in volto rughe date in sacrificio

per poterci poi appoggiare in sicurezza le suole delle Nike.

Ed ecco millenni di storia affacciarsi

e configurarsi discendendo

nella forma di qualche arnese in nylon, moplen o acetato,

un tutto-qui a portata di mano, a mio uso e per lo più consumo;

la mia casa, le mie cose, la figura malcelata della colpa

che per caso non ci scappi la voglia di mollare la baracca e rifondare

tutto da un’altra parte per potersi poi affacciare alla struttura

della storia un’altra volta, e ripartire poi dall’orto per guardare

-ancora- ai grattacieli.

IV – Incoscienza notturna

Vivendo qui s’impara ad ingoiare il giorno come l’ultimo

boccone di una cena smisurata nell’uso di aromi artificiali

ed artifizi tesi a rimandare la scadenza, e ritrovarsi

dopo un’ora con l’affanno e principi di rigurgito, come a ricordare

che dopotutto non si è fatto un solo passo avanti e la vita

si sta facendo ogni giorno sempre più vigilia di qualcosa

che cambia connotati, desideri e aspettative, e poco a poco mi trasforma

in spettatore di puntate tutte uguali e replicate. E allora stare

come uno stagno nell’attesa del sasso, dello schianto universale.

***

Però sei bella libertà, che induci a prepararmi per uscire,

a bestemmiare per la casa alla ricerca della lacca,

a farmi il ciuffo che per quanto pensato o elaborato (o niente affatto)

è sempre “a la qualcosa”; libertà di rispondere al richiamo della voglia

di sedersi quattro ore al tavolo del bar ad osservare in modo clinico

le variazioni sul tema della gonna, o delle parentesi inguinali.

Libertà di lasciarsi sopraffare dalla sete, per puro spirito e piacere

nel provare concessioni allo stimolo animale, e pagare

come fosse tutto un giro in giostra, ragazze, liquori zuccherini,

una babelica struttura che più che in alto mira a nuovi paramenti

a perpetuare voglie e brame, sete e fame. Libertà

di volerne sempre più e sempre più ne sia concesso.

E poi penso a chi mi aspetta giù al portone e suona

ché mi sbrighi, e penso -sì- che senza me

non berrebbe affatto, dopo anni al bar assieme, finalmente

non avrebbe più il pretesto patteggiato con cui socializzare.

Perché -dopotutto- come insegna la reclame, siamo amici per la birra

e rispondiamo inconsciamente a un richiamo stabilito e non fiatiamo;

l’un dell’altro dopotutto frega niente: uno muore e il weekend dopo

è tutto apposto e come niente, basta stare in compagnia, cazzi propri,

nessun ladro e nessuna spia.

Ed è Sabato sera, e ciò che conta è starci, presenziare

dare modo a chi s’è visto di dire ad altri in settimana chi s’è visto

e aumentare il consenso popolare, guadagnarsi saluti con tante vocali,

baci a nomi scagliati per aria e ricordare infine un vago aroma

o buoni odori spersi in altre pelli e corpi a seconda del mercato,

ascoltare l’ululato che ci abbranca, alzare gli occhi al richiamo della disco

sulle nubi come un batman che se ne fotte e si diverte, cercare nella notte

la preda-faina che con piglio da cattolica puttana azzanna

e poi pudica si ritira.

Starci in mezzo fino al collo non riuscendo ad aderire

a studi di costume che ci vedono del marcio,

del malato, e finalmente dire che si sta bene dentro e tanto… e che per quanto

si faccia l’occhio critico, ci si elevi

dal soppalco della disco s’osservi da lontano

persone e situazioni, tuttalpiù se ne ricava

nient’altro che una stringa di banali annotazioni pure un poco compiacenti.

Incosciente mi condanno a stare fermo con in mano un rum e pera, pur sentendo un qualche cosa

che non va; ma mi godo l’assoluta libertà di non capire o non sapere in quali toni o termini parlarne;

metti di dire a uno che sta bene, si diverte, che in realtà non è affatto vero

che sta bene e se la spassa.

Dimmi, a chi credi darà retta? A chi l’angustia o alla pancia grassa?

Sunto forse di speranza e in altri termini

Ho lasciato le mie membra ben divise e consegnate

alle precise sezioni del giorno, ché se non nell’interezza, almeno

nelle parti io mi possa ritrovare in precisi margini e poi

ricostruirmi con pazienza nel discorso dei significati disattesi

com’è ogni rapporto di confronto con le cose della vita.

Perché starci è come risvegliarsi un mattino, andare in bagno

sostare ore davanti allo specchio -di quelli speciali che fanno

di un viso tre lati di sé- e scegliere quel giorno a quale parte aderire

valutando a quali persone assomigliare e quali altre ferire;

e se si è di buon cuore accettare la faccia mediana

sistemandone i tratti, smussando asperità singolari cercando

di non tradire nessuno e nessuna aspettativa.

E così, verso il calare del sole, più cresce la folla amicale

più cercano aria e fuga dal corpo particolari nascosti

e dai solchi spingono, dagli orifizi si fanno largo, e sottolineano

l’orrore dei tratti androgini, assunti di certo

per indiretta imposizione,

sovvertendo l’istinto di autoaffermazione.

Perciò

lascio a te, sera, l’impronta del mio volto a tua immagine nell’aria

affinché tu possa dire di aver visto, prima della notte,

per un istante una forma a te sorella

ma nient’affatto uguale.

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[1] Il rivestimento grafico che ricopre -in un videogame- le superfici poligonali in modo da dare a queste un aspetto verosimile

[2] Riferimento ai simboli riportati sui joypad della Playstation

[3] Dante, Inferno XXVI

[4] Protagonista di C.S.I.

[5] Monumento al Gattamelata, di fronte alla basilica del Santo, a Padova