Credo che la poesia sia: diventare. Spogliarsi sempre più dei propri abusi, deporre la voluminosa impalcatura dell’io e farsi occhio e orecchio nella direzione di qualcuno, degli oggetti, della natura e dei protagonisti di storie, di quello che ci tocca come vedenti. Nel poeta questa identificazione naturale, che è esperienza di chiunque – dell’amica che parla con l’amica, del bambino che fa fittamente fischiare sempre la stessa freccia di Robin-Hood, … – forma parole. Leggi il seguito di questo post »
Archivio per la categoria ‘archivio autori’
Maria Grazia Calandrone
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
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Marco Mangani
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
“Rifrazioni”. Sulla poesia di Marco Mangani
Il Dizionario Garzanti indica, col termine rifrazione, quel peculiare “fenomeno ottico per cui un raggio di luce, passando da un mezzo a un altro, devia in corrispondenza della superficie di separazione dei due mezzi”. Per estensione, prosegue il dizionario nella sua serrata, necessaria logica denotativa, il termine indica anche analoghi fenomeni verificabili nella propagazione delle onde sonore, o nella deviazione dei raggi luminosi incidenti sull’atmosferica terrestre. Leggi il seguito di questo post »
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Luigi Metropoli 2
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
Gli amori impossibili: avventura di un lettore di poesia. Qualche spunto.
A Salerno la libreria Feltrinelli è in pieno centro, ha due piani. I miei amici sanno già che io, all’ingresso, reciterò per l’ennesima volta la formula: “vado al piano di sopra”. Lì c’è lo scaffale della poesia, piccolo, invisibile, “marginale” ed “emarginato”, lontano da occhi indiscreti, tanto piccolo che due persone contemporaneamente non possono spulciarvi. Tanto è la compromissione della poesia col mercato. Allora, spesso mi tocca ordinare o scrivere alle case editrici e richiedere i libri direttamente a loro. Leggi il seguito di questo post »
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Luigi Metropoli
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
Innatismo ed empirismo
Fare della poesia una questione di innatismo o empirismo è un po’ come parlare di ispirazione “a caldo o a freddo” (per dirla alla Montale).
Intanto non direi che si può parlare di poesia come di qualsiasi altra arte (finiamo nello stesso equivoco avallato dall’idealismo crociano): la dipendenza dalla tecnica non può essere ridimensionata. Pertanto, innatismo vs empirismo non si limita ad un discorso meramente teoretico limitato alle figure di Locke di Hume, di Leibniz, ma sfocia inevitabilmente su questioni estetiche. Leggi il seguito di questo post »
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Gianfranco Fabbri
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
la poetica dell’oggetto
ho l’onore di accogliere tra noi un amico carissimo, una di quelle persone che ti fanno sentire la rete meno fredda, meno lontana dalla vita: anzi, te la fanno amare, come un luogo dove si può sperimentare un’umanità calda e vera, nonostante le inevitabili distorsioni dovute al mezzo. sì, è lui, Gianfranco Fabbri, detto Gianfry, uomo che mette nella sua attività di poeta e di critico tutta la passione del vero toscano unita al calore della città in cui vive, Forlì, che credo sia una specie di Napoli del nord. Gianfry ha scritto cinque raccolte di versi e un breve romanzo (Jennifer), e gestisce l’ormai famoso e frequentatissimo blog La costruzione del verso e altre cose (http://www.frucco.splinder.com). ringrazio Gianfranco per la sua disponibilità e gli do il benvenuto con un forte abbraccio!
“La poetica dell’oggetto è da sempre un tema che mi appassiona moltissimo. Amo chiedere a un oggetto qual è la propria lingua, quale la sua personalità: quale, infine, il proprio modo di comunicare con l’uomo (in particolar modo con l’uomo-poeta). Una mia raccolta , Stato di vigilanza, ormai di prossima pubblicazione, tra gli altri temi, parla parecchio di “oggettistica” e affida al tema una parte congrua di questo dire. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, naturalmente: tali idee sono state già codificate dai francesi, in particolar modo da Francis Ponge, con la raccolta che porta anche nel titolo questo tema interessante: Il partito preso delle cose, del 1942. Parlai già, ai tempi nell’esordio nel blog, del famoso poeta francese. Presentai alcune poesie e anche una breve sua nota bio-bibliografica. Non sarebbe male ripeterla qui. con parole e intenti diversi. Secondo il mio punto di vista, l’oggetto è forse sede di rimandi, di una sua lingua del tutto speculare a quella che usiamo noi nell’illustrarlo. Esso (l’oggetto) interfaccia questo nostro idioma e lo colora di sue, silenziose quanto sostanziali affermazioni. Ho recentemente trovato alcune interessanti parole di Italo Calvino a proposito di Francis Ponge: sono tratte dal “Corriere della Sera” del giorno 29 luglio 1979. In quell’occasione il nostro grande scrittore ebbe a dire: “Ponge prende un oggetto il più umile, il più quotidiano, e cerca di considerarlo fuori di ogni abitudine percettiva, di descriverlo fuori di ogni meccanismo verbale logorato dall’uso”. Nello stesso articolo, riprende, più avanti, a parlare del poeta francese in questi termini: “Ponge è antropomorfo nel senso d’una immedesimazione nelle cose, come se l’uomo uscisse da se stesso per provare com’è essere cosa. Questo comporta una battaglia con il linguaggio, un continuo tirarlo e rimboccarlo, come un lenzuolo, qua troppo stretto e là troppo largo, il linguaggio che tende sempre a dire troppo poco o a dire troppo: il mezzo indispensabile per tenere insieme soggetto e oggetto”.
Il grande Italo è sempre illuminante, quando si parla di scrittura. Da sempre mi trovo d’accordo con lui e, naturalmente, concordo in pieno con Ponge, di cui amo la tematica e la poetica.
Che sia giunto il tempo di regalare al lettore di oggi – un uomo depresso e impaurito dalle troppe affermazioni dei suoi simili – il limpido, sottaciuto, ambiguo e sommerso linguaggio degli oggetti? Siano essi caffettiere o portacipria, vecchie biciclette abbandonate e vestiti di persone che non ci sono più?” Leggi il seguito di questo post »
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Gianruggero Manzoni
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
Dal fenomeno al fondamento
ho l’onore e la gioia di accogliere nel nostro blog un amico illustre, nato nel 1957 in provincia di Ravenna, dove vive: Gian Ruggero Manzoni, scrittore, poeta e critico che ha all’attivo più di trenta pubblicazioni. ho avuto modo di apprezzare non solo la qualità della sua opera letteraria, ma anche lo spessore dei suoi valori umani, che ne fanno un vero testimone, in giorni in cui la dignità umana sembra sgretolarsi sotto i colpi di sistemi idelogici sempre più frammentari ed effimeri. l’indirizzo del suo sito è http://www.gianruggeromanzoni.it/, del suo blog: Leggi il seguito di questo post »
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Giacomo Cerrai
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
Accogliamo un nuovo ospite, Giacomo Cerrai, pisano, classe 1949, laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea con una tesi su “Solaria”. Ha pubblicato la raccolta Imperfetta ellisse negli Opuscoli di Primarno della Accademia Casentinese di Lettere, Arti e Scienze. È coautore del volume su Pavese Cesare perduto nella pioggia, per l’editore Di Salvo, Napoli. Si possono trovare sue poesie nel n.6 di “Dadamag” (1999) e nel blog di Gianfranco Fabbri La costruzione del verso e altre cose. Gestisce il blog Imperfetta Ellisse (http://ellisse.altervista.org). Benvenuto, Giacomo!
Quando, molti anni fa, prima dell’era dei blog, facevo il redattore-editor di poesia per un sito internet che si occupava di letteratura a livello amatoriale, mi capitava di dover leggere decine e decine di poesie che mi arrivavano dalla redazione per email. A quel tempo avevo già alle spalle anni e anni di lavoro come poeta in proprio, per quanto gloriosamente inedito, e di letture accanite, nonché la mia cultura universitaria. Non so se tutto ciò mi desse titoli particolari, ma neanche un critico deve averli in fondo, e poi io non dovevo fare il critico e nemmeno l’editor in senso stretto, ma almeno un minimo di selezione quello sì, che diamine. Come tutti sanno uno degli effetti collaterali della cosiddetta “democrazia della rete” è che tutti possono trovare almeno uno spazietto gratis per farsi leggere da tutti (se ne hanno voglia) e tutti ci si ficcano dentro, a frotte. Sta di fatto che dovevo, anche per una questione di salute mentale, scremare un pò. E lì, davanti al monitor, si poneva la domanda cruciale: cos’è una poesia?, anzi: cos’è (’sta roba), una poesia!? L’uomo ha cominciato ad evolversi quando ha cominciato a chiedersi che cosa NON andava bene: cosa non era commestibile, cosa non era conservabile, cosa non era amichevole, cosa non era coltivabile ecc. Nel mio caso, pur con la massima benevolenza per non deludere i nostri per lo più giovani scrittori, si trattava di rispondere ad una domanda niente affatto peregrina: cosa non era, non poteva essere poesia. Pur agendo da una posizione di forza, si fa per dire, perché in quel momento cessava la democrazia della rete, il lavoro non si presentava facile, per quanto totalmente soggettivo. Forse, mi dicevo, la prima cosa da fare è leggere con rispetto, almeno per l’atto di volontà che sta dietro allo scritto, ma questo non mi aiutava granché. E certo non mi aiutavano i predicati crociani del bello e del brutto, ormai persi nel tempo e lontani da una visione ontologica della verità della poesia. Inutile negare che la prima lettura è quella che già fornisce rilevanti indizi, anche a un critico professionista, tanto più se la contingenza relativamente “bassa” richiede di trovare un minimo comun denominatore poetico. Così cercavo la musica interna, il ritmo, l’emergere magari anche involontario del metro, la ricerca lessicale, l’uso dei buoni vecchi arnesi della poesia, come una similitudine o un enjambement. Ma ovviamente tutto questo poteva non bastare. Mi rendevo conto che molti di quei testi potevano essere ricondotti ad una dimensione prosastica semplicemente decostruendoli, come se si spezzasse il rapporto tra piano semantico e piano fonetico, per dirla con Jakobson, e quindi perdessero la loro identità poetica, la forma non sostenesse più il contenuto e viceversa e, quindi, si disvelasse la povertà della motivazione di fondo. Notavo l’urgenza del dettato, l’urgenza di scrivere, parola magica e massima giustificazione di molti poeti. Diffido dell’urgenza. La parola stessa ha qualcosa di fisiologico, di non controllato. Con l’urgenza si combinano molte sciocchezze, e se la si combina con un debordare di spleen, di malinconia, di sentimenti, si arriva ad io surpotenziato che perde di vista l’uomo e il mondo. Quindi non era il brutto a preoccuparmi, ma l’irresponsabilità del poeta, l’alibi sempre presente della sensibilità “naturale” del poeta-bambino che percepisce e scrive e buonanotte ai suonatori. Poi ho scoperto cosa mi interessava davvero trovare in quei testi di giovani appassionati innamorati della poesia: il lavoro, la traccia di un lavoro. Mi interessava cioè rinvenire il filo rosso dell’idea, della consapevolezza di essa, poi del materiale, della forgiatura, del testo. E, si spera, della verità del testo. Proprio in quei giorni ebbi modo di scrivere a proposito dei giovani, non ricordo dove, che spesso essi ponevano troppa fiducia in un presunto talento naturale, che non ha bisogno di tecnica, di studio, di sforzo creativo, tutto centrato su una specie di “stream” che viene direttamente dal cuore. Poesia spontanea, cioè, come se la poesia fosse una sorta di risorsa nascosta da qualche parte che aspetta soltanto di essere liberata. In parte è così, ma non solo. Se ci fosse solo liberazione di risorse non ci sarebbe creazione. Non basta trovare l’oro, va anche lavorato con la passione, se non con la bravura, di un Cellini. Dio stesso ha organizzato il suo. La materia della poesia e dell’arte in genere è molto più complessa di quella dell’artigiano, innanzitutto perché comprende l’ideazione, termine che preferisco a quello consunto di ispirazione. Essa allora esige rispetto, per se stessa e per il fruitore, altrimenti il suo trattamento diventa un esercizio solipsistico sostanzialmente sterile. Il lavoro, sempre faticoso, è l’unico che dà qualche giustificazione morale al risultato, l’ethos primo del fare poetico. Con questo non voglio disconoscere il valore catartico e liberatorio che può avere per l’individuo la poesia, ma credo che l’arte sia costituita soprattutto da un “valore aggiunto” che deriva dalla trasformazione dell’idea per mezzo della tecnica e della passione, termini apparentemente antitetici tra loro quanto uomo e donna, terra e cielo, yin e yang. Leggi il seguito di questo post »
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Simone Lago Gabriele Pepe
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
Oggi diamo il benvenuto a due amici che riempiranno gli spazi liberi delle nostre giornate con i loro versi di sicuro valore.
Gabriele Pepe è nato nel 1957 a Roma dove risiede. è un sopravvissuto dei famigerati anni di piombo e del riflusso craxiano che ne e’ seguito, ma anche dell’ondata di eroina che ha ucciso, assieme alla violenza di stato, a quella estremista dei gruppi contrapposti, alla strategia della tensione, alla violenza dei gruppi armati clandestini, un’intera generazione, per non parlare di tutti coloro che sono finiti in prigione o in manicomio o barboni sulle strade. la poesia lo ha molto aiutato e ora, quasi cinquantenne, cerca di non morire di noia conformista. Leggi il seguito di questo post »
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Gabriel del Sarto
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
Privatistico, privato
Solo il percetto è reale, e solo il personale e particolare è generale. La poesia lirica, che nella sua forma più classica costituisce il nocciolo delle tradizioni poetiche occidentali degli ultimi due secoli e mezzo, ha fatto di questo assunto psicologico il proprio fondamento, come brillantemente descrive Guido Mazzoni in Sulla poesia moderna. L’io che in essa parla ha, come caratteristica, quella di credere che le verità che dice abbiano un valore universale. Leggi il seguito di questo post »
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Francesco Di Girolamo
Pubblicato da fabrizio centofanti su Ottobre 4, 2007
A Francesco devo certe letture dei primi anni Novanta nei locali fumosi di San Lorenzo. Gli devo dunque, in epoca di franca solitudine poetica, la vicinanza al gruppetto di poeti lettori che di locale in locale lanciava sul tavolo da gioco la propria nuda biografia insieme alle proprie carte. Questa piccola cronaca per gratitudine e per dire che ho ascoltato alcune delle poesie che seguono in un’epoca altra dalla sua propria voce. Con quella voce e con questa Francesco si rivolge all’eterno senza nominarlo con la dizione amara della creatura che sopporta l’enfasi e il vuoto d’aria di una grandezza lontana. Leggi il seguito di questo post »
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