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	<title>La poesia e lo spirito.com &#187; poesia e filosofia</title>
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	<description>Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?</description>
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		<title>La poesia e lo spirito.com &#187; poesia e filosofia</title>
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		<title>Memoria tra reminescenza e zikkaron</title>
		<link>http://fabry2000.wordpress.com/2007/10/04/memoria-tra-reminescenza-e-zikkaron/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Oct 2007 15:26:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabrizio centofanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[poesia e filosofia]]></category>

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		<description><![CDATA[LA PAROLA POETICA COME E-VENTO MEMORIALE
“Il Signore disse a Mosè e ad Aronne
nella terra d’Egitto: “ questo mese
sarà per voi il principio dei mesi,
e questa sarà per voi il primo mese dell’anno. 
Parlate a tutta la comunità d’Israele
dicendo: Il dieci di questo mese si
prendano ognuno un capo di bestiame minuto
…
allora tutta l’assemblea della comunità lo
immolerà [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=fabry2000.wordpress.com&blog=1844077&post=49&subd=fabry2000&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>LA PAROLA POETICA COME E-VENTO MEMORIALE</p>
<p>“Il Signore disse a Mosè e ad Aronne</p>
<p>nella terra d’Egitto: “ questo mese</p>
<p>sarà per voi il principio dei mesi,</p>
<p>e questa sarà per voi il primo mese dell’anno. <span id="more-49"></span></p>
<p>Parlate a tutta la comunità d’Israele</p>
<p>dicendo: Il dieci di questo mese si</p>
<p>prendano ognuno un capo di bestiame minuto</p>
<p>…</p>
<p>allora tutta l’assemblea della comunità lo</p>
<p>immolerà tra le due sere…</p>
<p>… così lo mangerete: i vostri fianchi cinti,</p>
<p>i vostri sandali ai piedi e il vostro</p>
<p>bastone in mano; e lo mangerete in fretta</p>
<p>E’ la pasqua del Signore!</p>
<p>Questo giorno sarà per voi quale memoriale</p>
<p>e lo festeggerete come festa per il Signore:</p>
<p>per le vostre generazioni</p>
<p>come statuto eterno lo festeggerete!”</p>
<p>(Es,12,1-14)</p>
<p>“Bisogna infatti che l’uomo comprenda</p>
<p>la funzione di quella che viene chiamata idea</p>
<p>procedendo da una molteplicità di sensazioni</p>
<p>ad una unità colta con i pensiero.</p>
<p>è una reminescenza di quelle cose che un</p>
<p>tempo la nostra anima ha visto, quando</p>
<p>procedeva al seguito di un dio e guardava</p>
<p>dall’alto le cose che diciamo sono essere</p>
<p>alzando la testa verso quello che è veramente</p>
<p>essere…( Fedro,249C)</p>
<p>Ma il ricordarsi di questi esseri, procedendo</p>
<p>dalle cose i quaggiù, non è cosa facile per</p>
<p>tutte le anime: non per quelle che videro</p>
<p>con un breve sguardo le realtà di lassù,</p>
<p>non per quelle che, cadute quaggiù</p>
<p>ebbero la cattiva sorte, e trascinate …</p>
<p>all’ingiustizia da cattive compagnie,</p>
<p>caddero nell’oblio di quelle realtà</p>
<p>sacre che videro allora” ( Fedro,250A)</p>
<p>(Platone, Tutti gli scritti, Giovanni</p>
<p>Reale cur., Rusconi, 1991)</p>
<p>Memoria tempo ed eternità, parole gravi, importanti, da sempre fonte di riflessione, oggi più che mai parole da ricuperare. Guardandoci intorno la sensazione è quella di vivere un tempo senza memoria perché privo del senso del fine. Un tempo che non giunge da nessuna parte e non va verso alcun luogo, sembra aver relegato il vissuto umano in una circolarità senza senso e senza scampo.</p>
<p>&#8220;Eccoci dunque,minuscoli umani, sulla minuscola pellicola di vita che circonda il minuscolo pianeta perduto nel gigantesco universo (che forse è esso stesso minuscolo in un pulviscolo proliferante). Ma allo stesso tempo, questo pianeta è un mondo, la vita è un universo pullulante di miliardi di miliardi di individui e ogni essere umano è un cosmo di sogni, di aspirazioni, di desideri&#8221;</p>
<p>(E. Morin,il metodo, ordine disordine organizzazione, p 57, Mondadori)</p>
<p>Per i greci Mnemosyne è la madre delle muse, colei che conosce e fa conoscere all’uomo la verità, ripresentandogliela nella memoria. Straordinariamente poetici i passi in cui Platone narra in che modo le Idee si presentano all’uomo, come l’anima può conoscere ricordando dal visibile l’invisibile ,dal particolare l’universale, e se riusciamo a cogliere nel mito l’essenza, allora sappiamo che aveva ragione, che il nostro conoscere passa per quelle intuizioni (in-tuere) che troviamo inspiegabilmente dentro di noi, quasi memorie vissute altrove, conoscenze donate a chi si lascia coinvolgere, a chi non pretende di avere il possesso del vero ma lascia che la verità si dis-veli (A-letheia).</p>
<p>Gli ebrei e con essi i cristiani hanno approfondito questo rapporto con la memoria in un modo insuperabile. Per l’ebreo la memoria non è fuori del mondo, in un mondo altro, più bello, più puro. Per lui il mondo altro, ovvero Dio stesso, entra nella storia e incide in essa un e-vento che diventa un unicum da cui tutta la storia potrà attingere il coraggio per costruire il futuro.</p>
<p>Lo zikkaròn di cui si parla in Es,12,1-14 viene definito dagli studiosi ephapax, evento avvenuto una volta nella storia ma di tale portata per cui, chi lo ricorda, partecipa, in qualche modo, dell’evento stesso. Nello specifico, l’esodo non accadde soltanto per la schiera di Mosè ma, nello zikkaròn, l’ebreo del 2006, e dei millenni a venire, si vede aprire le porte della storia e rivive la salvezza come in quel giorno lontano. Vale la pena vivere perché il futuro è salvo nello zilkkaròn.</p>
<p>Ancora di più per il cristiano per il quale il paradidomi, il consegnarsi di Gesù è divenuto salvezza per l’universo intero, una volta per tutte si è compiuto l’evento degli eventi: Dio non solo si è fatto uomo ma consegnandosi (tra-dendosi) nelle mani degli aguzzini, della storia ha vissuto la fine scegliendo la morte, che solo in forza di questo non è più l’ultima parola sul mondo e sull’uomo. “Fate questo in memoria di me” dunque non è un vuoto ricordo di eventi passati, ma un tradere che è accogliere per consegnare, nelle mani di chi viene dopo di noi, ciò che ci ha a sua volta consegnato (trà-dito) chi è venuto prima di noi.</p>
<p>Se riuscissimo a togliere dalle parole memoria e tradizione le incrostazioni di cui si sono ricoperte, scopriremmo uno splendore sconosciuto. Ci apparirebbero per quello che sono: un dono , una linfa di vita che viene da lontano, intatta perchéla fonte non può essere che pura; l’accoglieremmo non più come qualcosa da dimenticare ma come un’eredità da consegnare a chi viene dopo di noi, trasformata in noi col nostro stesso vivere .</p>
<p>Nulla più del linguaggio e della parola abbisognano oggi di un ricupero di senso nella memoria e nella tradizione. Dobbiamo guardarci dal recidere noi stessi dal tronco radicato nella storia. Il linguaggio, questo mistero che ci abita e che ci fa “portatori di parola”, viene da lontano, da quel primo suono il cui significato non può essere astratto dal gesto significante.(Merleau-Ponty). Non possiamo dimenticare che il gioco linguistico non è, in realtà, un gioco, ma veicolo di senso e di comunicazione di significati che, se superano e sovrastano l’uomo, tuttavia non lo schiacciano annullandolo, perché solo nella significanza una parola mantiene vivo il suo valore così come solo nella parola comunicata si mantiene vivo il valore dell’umano.</p>
<p>Alla poesia dobbiamo chiedere il coraggio di innovare e innovarsi senza cedere alla tentazione dell’oblio. Se è vero che non è possibile fare poesia manierista senza toglierle tutto il valore della creatività, dobbiamo ricordare però che la creazione ex-nihilo è cosa divina, mentre il nostro creare è possibile soltanto a partire da ciò che c’è già , da ciò che ci viene consegnato. Tradere e non tradire la parola è il compito del poeta, unico ancora capace di confrontarsi con il linguaggio a partire dal linguaggio stesso. Al poeta del terzo millennio il compito di non dimenticare quell’ “universo di sogni, desideri, aspirazioni” di cui ci parla Morin, che sono il filo sottile che ci lega al domani, al futuro, alla speranza che tutto questo non sia soltanto un circolo vizioso ma un disegno così pieno di senso che possiamo scoprirlo soltanto poco a poco, vivendo come chiasmi in cui s’incontrano, esplodendo in nuove parole, il passato e il futuro.</p>
<p>Così se anche un solo verso donato riuscisse a farsi memoriale vissuto d’esperienza e a rimanere nel cuore della memoria di chi legge, esso sarà un verso trasformato e trasformante, transustanziato e transustanziante nell’essenza di chi lo avrà donato e di chi lo avrà accolto come proprio e diverrà memoria viva.</p>
<p>Solo così la poesia potrà essere quell’evento trasformante il cui incontro non può e non deve lasciarci indifferenti, e soprattutto potrà essere quel luogo di ricupero di senso dell’umano vivere e dell’umano morire.</p>
<p>Elena F. Ricciardi</p>
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		<title>Un immenso vuoto?</title>
		<link>http://fabry2000.wordpress.com/2007/10/04/un-immenso-vuoto/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Oct 2007 15:26:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabrizio centofanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[poesia e filosofia]]></category>

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		<description><![CDATA[Habel habalìm hakkol habel.
Un immenso vuoto- dice Qohelet-/ un immenso vuoto, tutto è vuoto!/
Quale valore ha tutta la fatica/ che affatica l’uomo sotto il sole?/ Una generazione passa via,/
una generazione entra/ su una terra eternamente ferma./ Sorge il sole; Tramonta il sole affannandosi/ verso quel luogo da cui rispunterà./ Soffia il vento dal sud, gira [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=fabry2000.wordpress.com&blog=1844077&post=50&subd=fabry2000&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Habel habalìm hakkol habel.</p>
<p>Un immenso vuoto- dice Qohelet-/ un immenso vuoto, tutto è vuoto!/</p>
<p>Quale valore ha tutta la fatica/ che affatica l’uomo sotto il sole?/ Una generazione passa via,/</p>
<p>una generazione entra/ su una terra eternamente ferma./ Sorge il sole; Tramonta il sole affannandosi/ verso quel luogo da cui rispunterà./ Soffia il vento dal sud, gira a settentrione,/ passa girando e rigirando il vento/ e sui giri ritorna il vento./ <span id="more-50"></span>Tutti i fiumi corrono verso il mare/ eppure mai il mare si colma,/ alla foce scorrono i fiumi/ e di là essi riprendono a scorrere./ Tutte le parole sono logore/ e l’uomo non può più usarle./ Mai l’occhio è sazio di vedere,/ mai l’orecchio è sazio di sentire./ Quel che è stato sarà,/ quel che si è fatto si rifarà:/ assolutamente niente di nuovo sotto il sole!/ Di certe cose si dice:/ “ Guarda, ecco una novità!”./ Ed invece sono già accadute/ nei secoli che sono alle nostre spalle./ Non c’è memoria degli antichi/ ma neppure dei posteri:/di loro non ci sarà memoria/ presso i loro posteri…( Qo.1,2-11)</p>
<p>…Ho consacrato il mio cuore a ricercare e ad esplorare/ con sapienza tutto ciò che accade sotto il cielo./ Compito sciagurato questo che Dio impone/ agli uomini perché lo compiano!/ Ho visto tutte le azioni fatte sotto il sole:/ ecco, tutto è vuoto e fame di vento./…(QO.1,13-14)</p>
<p>Si, la mia mente è penetrata/ nella sapienza e nella scienza, nella follia e nella stupidità/ ed ho capito che anche questo è fame di vento…(Qo.1,17)</p>
<p>Io ho pensato in cuor mio:/ lo stesso destino dello stupido/ toccherà anche a me!/ Perché, allora, mi sono fatto sapiente?/  Che valore mai io ho?/ Ed ho pensato in cuor mio:/ Anche questo è vuoto! (Qo.2,15)</p>
<p>Tutto ha la sua stagione,/ ogni evento il suo tempo/ sotto il cielo:/</p>
<p>Il tempo di nascere e il tempo di morire</p>
<p>Il tempo di piantare e il tempo di sradicare,</p>
<p>Il tempo di uccidere e il tempo di mendicare</p>
<p>Il tempo di demolire e il tempo di costruire</p>
<p>il tempo di piangere il tempo di ridere,</p>
<p>il tempo di gemere e il tempo di ballare</p>
<p>il tempo di gettare pietre e il tempo di raccoglierle,</p>
<p>il tempo di abbracciarsi e il tempo di allontanarsi,</p>
<p>il tempo di cercare il tempo di perdere</p>
<p>il tempo di conservare e il tempo di buttar via,</p>
<p>il tempo di strappare e il tempo di cucire,</p>
<p>il tempo di tacere e il tempo di parlare</p>
<p>il tempo di amare il tempo di odiare,</p>
<p>il tempo di guerra e il tempo d pace.</p>
<p>Che valore ha tutto ciò/ che si fa con fatica?/Ho visto gli impegni che Dio ha dato agli uomini per affannarli.</p>
<p>Tutte le opere sono affascinanti  nel loro tempo./ Nel cuore umano ha posto anche il senso dell’eterno,/ senza  però che l’uomo riesca ad afferrare/ l’inizio e la fine della creazione divina.</p>
<p>(Qo.3,1-11)</p>
<p>Solo 2987 parole  quelle che compongono il libro di Qoelet.</p>
<p>Uno dei libri più scandalosi che siano mai stati composti. Lo scandalo, poi, non può che intensificarsi, se  si pensa il testo è inserito nel canone  ebraico, greco, cattolico e protestante, dove è accolto come Parola di Dio.</p>
<p>Come colpiti da un pugno nello stomaco ci fermiamo a contemplare la potenza e la desolazione che queste parole incarnano. Paradosso parlare di incarnazione in un testo il cui tema fondamentale è l’abel habelim- il vuoto dei vuoti, il nulla di nulla, il soffio di vento. Quello che colpisce è la contemporaneità di un testo risalente alla seconda metà del III sec. a.C. ,una contemporaneità per la quale non vale la pena scomodare  Kierkegaard o Gadamer, dal momento che potrebbe essere stato scritto  nel nostro tempo di smarrimento esistenziale. Varrebbe la pena leggere queste parole ad alta voce, per sentirne il suono ( per quanto, come in ogni traduzione, l’effetto non sarà lo stesso che nell’originale ebraico) che insieme al senso  ci porta in un vortice in caduta libera verso il nulla.</p>
<p>Il nulla, il ni-ente  Heideggeriano, il non-ente da cui ogni cosa proviene e a cui ogni cosa ritorna, come se il vissuto umano fosse contrassegnato già tre secoli prima di Cristo dall’esperienza del non senso, della vacuità dell’umano.</p>
<p>Vogliamo parlare di crisi dell’io? Di ateismo? Di nichilismo?</p>
<p>Alla prima domanda si potrebbe rispondere con un no, dal momento che l’autore oltre a presentarsi</p>
<p>-Io, Qoelet fui re D’Israele a Gerusalemme- pronuncia la parola  io, il per ben 85 volte. Eppure la sensazione che ci rimanda è l’inutilità proprio di quest’io che così insistentemente parla e ci parla, svuotando in questo percorso anche la relazione al tu che, conseguentemente al circolo di vuoto in cui tutto è inserito, si sente parte  di questo non senso. Ci vuole coraggio per affrontare da credenti e non questo testo, e un pizzico di follia. In Qoelet non ci sono sconti, non c’è il lieto fine.</p>
<p>La domanda martellante sul senso del tutto, che si risolve in un nulla di nulla, resta uguale dall’inizio alla fine. L’io di colui che scrive è annullato dall’abel-vuoto così come il tu di chi legge.</p>
<p>Per la seconda domanda osserviamo sconcertati, innanzitutto come, a differenza di Giobbe il quale viene colpito dalla sorte nella carne e, solo allora, meledice il giorno in cui è nato, in Qoelet lo scetticismo non nasce dall’avversa sorte ma dall’osservazione disincantata della realtà.</p>
<p>La fame insaziabile espressa nella metafora struggente dell’occhio mai sazio di vedere e dell’orecchio mai sazio di sentire, a descrivere un mondo di desideri incontentabili, di insoddisfazione perenne; il vortice del vento nei giri e rigiri che ricordano l’affanno circolare dei nostri giorni al termine dei quali, troppo spesso, ci sentiamo spossati e svuotati; il cerchio del tempo per cui tutto ha un tempo senza che alcunchè abbia una ragione un fine, questa visione di cerchio infinito verso il nulla, ci stringe la gola.</p>
<p>Ateismo? Lasciamo in sospeso la questione per il momento.</p>
<p>Per la terza domanda, osserviamo che il nulla in cui tutto ricade davvero annienta ogni cosa, tutto è niente, dice Qoelet, perché tutte le nostre aspirazioni, i sogni, l’amore la gioia il dolore, la vita, tutto finisce nell’Habel habalìm hakkol habel. Potremmo parlare di un nichilismo ante litteram.</p>
<p>In un’epoca  in cui profeti e sacerdoti predicavano un tempo escatologico  che non solo avrebbe avuto una fine ma che, grazie all’azione di Dio,   aveva un fine , un telos, un uomo solo raccoglieva le voci dei disperati che guardando al morire del vivere si sentivano schiacciati e senza speranza. Quell’uomo grida ancora oggi dalle pagine della nostra Sacra Bibbia.</p>
<p>Ateismo?</p>
<p>Se rileggiamo i vv.3,10-11 “ Ho visto gli impegni che Dio ha dato agli uomini per affannarli.</p>
<p>Tutte le opere sono affascinanti  nel loro tempo./ Nel cuore umano ha posto anche il senso dell’eterno,/ senza  però che l’uomo riesca ad afferrare/ l’inizio e la fine della creazione divina.”</p>
<p>Non si può parlare propriamente di ateismo se non nel senso di un’assenza di Dio dall’operare nel mondo. L’uomo è posto  da Dio nel mondo dove gli spetta l’arduo cammino della vita.Eppure questo nel III sec. a.C. equivale ad un ateismo completo dal momento che la fede dell’ebreo  non è un credo intellettuale in un Dio fuori del mondo, ma fede concreta in un Dio che opera nella storia in favore del suo popolo. Perché allora Qoelet è nel canone, in che modo è Parola di Dio? Se è parola di Dio è Dio ad ispirarla, ecco lo scandalo!</p>
<p>Siamo in Avvento. Il tempo circolare della Chiesa si è chiuso con la festa di un re “ridicolo”.</p>
<p>Un re che non è di questo mondo pur essendo in questo mondo. Un clown incoronato di spine e crocifisso, un re che ha fatto una brutta fine, direbbe qualcuno, uno che ha gridato a Dio:</p>
<p>“ perché mi hai abbandonato?”</p>
<p>Il tempo circolare della Chiesa si apre con un’attesa. Ad-ventum.</p>
<p>Ma attesa di chi? L’attesa è uno stare sull’attenti come le sentinelle che attendono l’aurora, è il tendersi con desiderio verso qualcosa che si spera con struggente fervore. L’attesa è un fuoco che non si spegne nella notte : -nel cuore umano ha posto il senso dell’eterno- dice Qoelet.</p>
<p>La  corsa disperata verso il nulla è retta da questo senso dell’eterno che ci abita, di cui hanno parlato filosofi di tutti i tempi. Chissà che Dio non abbia voluto esserci accanto proprio nel nostro senso di vuoto, le parole di Qoelet sono  parole sue, non come risposta ma come interpellanza. Le domande troppo più grandi di noi hanno una risposta laddove la nostra mente non può giungere &#8211; senza però che l’uomo riesca ad afferrare l’inizio e la fine della creazione divina-</p>
<p>Il tempo della Chiesa è un tempo circolare, in questo tempo si nasce e si muore, in questo tempo nulla di nuovo accade che non sia già accaduto prima. In questo tempo facciamo spesso l’esperienza del non senso eppure continuiamo a vivere, ad amare a fare poesia a scrivere a comunicare, in questo tempo la ricerca non finisce.</p>
<p>Ecco perché la poesia di Qoelet e di tutti i Qoelet di tutte le epoche è importante. Non importa che sia sempre una parola di speranza, a volte abbiamo bisogno di condividere questi sentimenti di smarrimento e di straniamento; abbiamo bisogno di sentirci vicini in questo vuoto che sembra circondarci. Qoelet ci insegna che  è Dio stesso a porci sulla via delle domande irrisolte e forse irrisolvibili, che Dio è il Dio di chi non si accontenta di chi non spera di possederlo ma non si arrende e non cessa di interrogarsi e di interrogare. Dio non teme gli scettici, se per scetticismo si intende quel perenne cercare ( skepsis- ricerca)  al limite dell’impossibile, purchè l’uomo sappia sempre riconoscere il proprio limite .</p>
<p>Qoelet ha incarnato l’uomo  e la sua angoscia ancora prima che Heiddeger ne parlasse al mondo. In Qoelet il verbo si incarna nella nostra incertezza. Un bambino non è che l’incerto divenire di un uomo, il nascere di qualcuno che dovrà morire, Dio in questo tempo di attesa ci dice che è giunto fin lì, fino a farsi carne che muore. Abel abelim, fino al vuoto del sepolcro. Le nostre domande troveranno una risposta se avremo il coraggio di continuare a farle.</p>
<p>Parla anche tu</p>
<p>Parla anche tu</p>
<p>Parla per ultimo,</p>
<p>dì il tuo pensiero.</p>
<p>Parla-</p>
<p>Ma non dividere il si dal no.</p>
<p>Dà anche senso al tuo pensiero:</p>
<p>dagli ombra.</p>
<p>Dagli ombra che basti, tanta</p>
<p>quanta tu sai</p>
<p>attorno a te divisa fra</p>
<p>mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.</p>
<p>Guardati intorno:</p>
<p>vedi in giro si rivive-</p>
<p>Per la morte! Si rivive!</p>
<p>Dice il vero, chi dice ombre.</p>
<p>Ma ora si stringe il luogo dove stai:</p>
<p>Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre , dove?</p>
<p>Sali. A tasto innalzati.</p>
<p>Più sottile divieni, quasi altro, più fine!</p>
<p>Più fine: un filo, lungo il quale</p>
<p>vuole scendere, la stella:</p>
<p>per giù nuotare, giù, dove essa</p>
<p>si vede brillare: nel mareggiare</p>
<p>di errabonde parole.</p>
<p>(P.Celan, Di soglia in soglia, G.Bevilacqua cur.,p.97, Einaudi)</p>
<p>L’orologio a sabbia</p>
<p>…</p>
<p>non si ferma mai la caduta.</p>
<p>Io mi dissanguo, non il vetro. Il rito</p>
<p>di travasare la sabbia è infinito</p>
<p>e con la sabbia ci scappa la vita.</p>
<p>Nei minuti della  sabbia mi pare</p>
<p>di sentire il tempo cosmico: la storia</p>
<p>che racchiude nei suoi specchi la memoria</p>
<p>che il magico Lete ha dissolto</p>
<p>(J.L.Borges,Poesie(1923-1976),R. Paoli,L. Bacchi Wilcock cur. p.96,Bur)</p>
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		<title>Soltanto una provocazione?</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Oct 2007 15:22:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabrizio centofanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[poesia e filosofia]]></category>

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		<description><![CDATA[“La parola appartiene al rumore del mondo,   “Nessuna epoca ha accumulato una quantità
alle intrinseche limitazioni, denominazioni,     straordinaria di conoscenze assai varie sull’-
definizioni, determina fissa esprime la legge    uomo,diffuse e facilmente accessibili eppure
dell’essenza e si fa essa stessa legge o dispo-   nonostante questo –nessuna epoca [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=fabry2000.wordpress.com&blog=1844077&post=48&subd=fabry2000&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>“La parola appartiene al rumore del mondo,   “Nessuna epoca ha accumulato una quantità</p>
<p>alle intrinseche limitazioni, denominazioni,     straordinaria di conoscenze assai varie sull’-</p>
<p>definizioni, determina fissa esprime la legge    uomo,diffuse e facilmente accessibili eppure</p>
<p>dell’essenza e si fa essa stessa legge o dispo-   nonostante questo –nessuna epoca ha saputo</p>
<p>sizione, realtà posta positivamente…                 meno cos’è l’uomo”</p>
<p>(H.U.von Balthasar, Verbum Caro, p.137,        (G.Reale, I valori dimenticati dell’occidente</p>
<p>Jaka Book)                                                          p.140, Bompiani)<span id="more-48"></span></p>
<p>Una delle difficoltà più grandi cui dobbiamo fare fronte oggi è quella relativa alla parola. Non parlo della parola sacra, vergata nei testi ispirati, parlo della nostra umile parola quotidiana, quella che ci scambiamo per abitudine e di cui troppo spesso non riusciamo più a stupirci.</p>
<p>Il XX secolo è stata l’epoca dei grandi studi sul linguaggio, le sue forme i modi i segni; sul linguaggio si è detto molto ma questa moltitudine di parole sulle parole ci ha allontanati da uno sguardo ossequioso e grato su una realtà  che per lo più rimane un mistero.</p>
<p>Abbiamo perso la capacità di “dare la nostra parola”. La riduzione della parola a mero codice convenzionale ci ha resi schizofrenici e incapaci di comunicazione vera.</p>
<p>“ Nello stato d’animo delirante si colgono              “Questa immensa impossibilità di parlare</p>
<p>( contemporaneamente) questa scomposizione         che ci coglie all’improvviso, è bella e</p>
<p>dell’io e questa fibrillazione del mondo in una         agghiacciante: ne è gonfio il cuore. O ipocriti!</p>
<p>reciproca escalation psicopatologica e nel                di questa muta bellezza! Quanto bene saprebbe</p>
<p>contesto di una dilagante estraneità. Le cose             parlare e quanto male anche, se volesse!</p>
<p>e le persone precipitano in vortici di dissolvenza      il nodo della sua lingua e la sua dolorosa</p>
<p>semantica dai quali non  riemergono unità di            felicità nel viso è una malizia per deridere</p>
<p>senso strutturate: dotate di forma; ma significati       la consonanza del tuo sentire!</p>
<p>slabbrati e labili che fuggono in una radicale              (F.Nietszche, Aurora, )</p>
<p>indistinzione e in un’angoscia senza limiti”</p>
<p>( E. Borgna, Come se il mondo finisse, p.64, Feltrinelli)</p>
<p>Perdonate la provocazione forse eccessiva, ma come possiamo constatare dalle affermazioni sopra riportate, lo smarrimento di sé nella schizofrenia è corrispondente ad uno smarrimento semantico del mondo. Se il mondo non mi significa più allora io mi perdo, mi disintegro, nel senso etimologico del termine, perdo la mia integrità, corpo anima spirito, miei e del mondo, si separano lasciandomi priva della possibilità di entrare in un vitale contatto con me stessa con gli altri e con il mondo delle cose . Riportato in termini non patologici ma quotidiani, un mondo che smarrisce il senso del mistero della parola parlata pensata ed espressa è un mondo di codici interscambiabili, e dunque di nessun codice.</p>
<p>Il mancato ricupero di un senso ulteriore del nostro dire ci getta in quel nichilismo che conduce all’angoscia e al non senso. Questo ci riporta alla necessità di cercare quelle vie che aprano varchi ad un discorso sulla parola umana quale dono di sé, quale luogo cioè, nel quale l’uomo non solo veicola un messaggio  ma attraverso cui comunica se stesso. Abbiamo bisogno di ritornare alla fonte da cui tutte le parole scaturiscono, dobbiamo ricominciare a sentire che in noi esiste un mistero e questo mistero è la parola, che non è un pensiero astratto, estraibile, dal corpo o dall’anima, a se stante, indipendente da chi la pronuncia, ma che nasce in noi come espressione di ciò che siamo nel nostro profondo.</p>
<p>L’oblio dell’essere ci ha condotti su una strada che rischia di essere di non ritorno, senza l’essere nulla è più possibile perché tutto diventa possibile. Oggi più che mai c’è bisogno di rientrare in noi stessi alla ricerca di quella verità, forse non afferrabile con il solo pensiero, che essendo verità complessa, necessita della partecipazione di tutte le nostre facoltà. Pensiero, sensibilità, intuito devono unirsi per ritrovare il sentimento umano che è la capacità di dirsi e di darsi nella parola. Quante volte abbiamo preferito un gesto ad una parola perché in questa non riuscivamo a sentire la verità. Ciò accade, tuttavia, non perché le parole siano vuoti suoni, ma perché noi non siamo più capaci di corrispondere con tutta la nostra presenza a ciò che pronunciamo. Così il “ti amo”, può essere flatus vocis se noi non siamo, dentro, impastati, incarnati nel suono che emettiamo.</p>
<p>Lo smarrimento della concretezza della parola  è ciò che distrugge le relazioni umane, laddove il linguaggio nasce dalla necessità vitale dell’uomo di entrare in contatto col mondo e con gli altri uomini.</p>
<p>Le nostre radici umane affondano nel medio-oriente, culla della civiltà dove ha origine la Bibbia. Qui  ci viene offerta una riflessione sulla  parola che possiamo e dobbiamo  ricuperare. La differenza fondamentale fra la cultura greca e quella ebraica sta nell’importanza che ciascuna delle culture dà ad organi di senso diversi: la vista per i greci,(vedi il Simposio di Platone e il nesso inscindibile da lui mostrato fra bellezza visibile e ascesa all’Idea di bello-bene)  l’orecchio per gli ebrei (vedi la preghiera con cui l’ebreo inizia la giornata, lo Shemà, Ascolta Israele),</p>
<p>Esse ci dicono anche quale sia la differente posizione dell’uomo nei riguardi della parola. Per il greco la verità è Idein, vedere, anche se un vedere della mente, con gli occhi dello spirito: dunque il greco discute sulla corrispondenza o meno della parola con la realtà da essa designata perché la pone al di fuori della visione della verità; per l’ebreo, invece, la verità è  ascoltare  una parola, non solo ma dal momento che questa parola è creatrice , ed è l’evento che nel suo irrompere ha creato tutto ciò che esiste, la si può ascoltare ovunque anche nella creazione, al punto che in un passo dell’Esodo si dice che il popolo “vide la voce”(Es 20,18), per dire la concretezza della parola pronunciata da Dio, concretezza che si rivela poi nel vissuto, tanto che una persona è tutt’uno con ciò che dice, al punto che la condanna della menzogna non passa per puro valore etico, ma per la perdita di sé di chi la pronuncia; mentre l’hesed di Dio, la sua fedeltà, è fedeltà  che nasce dal suo essere uno con la sua parola, indefettibilmente vera. Potremmo dire che nella cultura ebraica, che poi trapassa in quella cristiana, verità non è un pensiero ma un azione- la verità si manifesta in una- parola-che-fa-quello- che-dice.</p>
<p>Ricuperare un legame stretto fra la carne vivente e la parola è una via indispensabile, oggi, per tutti noi che camminiamo sull’orlo del non senso; anche la poesia ha questa responsabilità, forse soprattutto la poesia, visto che solo in essa resiste il nesso inscindibile pronunciato &#8211; vissuto, smarrito da gran parte dell’umanità. Dobbiamo tornare a dirci, non soltanto a dire, ma per farlo è indispensabile una buona dose di coraggio, per procedere sulla via della conoscenza del mistero – uomo; ma è altrettanto indispensabile  il coraggio di pronunciare tale mistero, sebbene consapevoli che nessuna parola può dire tutto e che ogni parola è un limite che si impone al tutto; ma che senza di essa il silenzio non sarebbe che un caos primordiale senza  senso.</p>
<p>E’ una parola quella che cerchiamo dentro la nostra esperienza. Ci vuole il coraggio dell’umiltà per ammettere che nel profondo del nostro cuore sappiamo di essere molto di più di quello che vorrebbero farci credere, anche se ci scontriamo inesorabilmente con i nostri limiti,  che avvertiamo  proprio in quelle parole che dicono sempre meno… o chissà, forse di più di quello che noi riusciamo a comprendere. L’irriducibilità dell’uomo a mera macchia si rivela proprio nella contraddittorietà della parola, in cui si cela e si rivela una comunicazione sempre ulteriore.</p>
<p>Ora che sappiamo tanto, si osi altrimenti</p>
<p>“casa” “albero” o “ponte”.</p>
<p>Sempre il dire lo affidò al destino:</p>
<p>è tempo che diventi voce chiara.</p>
<p>Per sciogliere l’intrico del quotidiano essere,</p>
<p>che ciascuno conobbe a suo modo,</p>
<p>si trasformi in stella notturna</p>
<p>il nostro saper la figura.                 (R.M.Rilke, Poesie1907-1926, p.537, Einaudi)</p>
<p>Elena F. Ricciardi</p>
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